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Non sarà “politically correct'”, non sarà diplomatico, non piacerà a qualcuno, ma pazienza, i vecchi rospi sono indigesti, ogni tanto vanno sputati: la mia classe del liceo faceva schifo.

 

Pochi sparuti maschi, purtroppo in netta minoranza rispetto ad una maggioranza femminile che variava dalla racchia timidina (come me), alla stordita silenziosa, alla disadattata inconsapevole, all’introversa ombrosa, all’eterna “Pasqua rosa”, all’aliena alienata, all’insicura senza personalità, alla secchiona che non suggeriva mai, alla santarellina un tanto al chilo, all’arpia sadica, alla ‘super partes’ per ignavia, alla iena incallita, alla finta disinibita, all’acida invidiosa, alla cessa convinta di essere una figona e alla “donna vissuta”.

 

Fratture, chiusure, mini-gruppetti, comunelle e atti di bullismo erano quindi “inevitabili”.

 

Come quella volta in cui il gruppetto delle arpie costruì il “muro di Berlino”: una fila di banchi sormontata da un’alta pila di cappotti e piumini, destinata ad isolare le sfigate della classe, ovvero quelle timide, quelle che non avevano mai avuto un fidanzato, quelle che non fumavano e che non si truccavano (come me).

 

O come quando, per ammazzare la noia, il gruppetto delle bullette insoddisfatte nascondeva “anonimi” biglietti offensivi o minatori negli astucci e nei diari delle “altre”.

 

O ancora come quella volta in cui la “finta disinibita” e “la senza personalità” tentarono invano di scacciarmi, prima con le buone, poi con le cattive, dai banchi faticosamente conquistati ed occupati il primo giorno di scuola, perché “loro” avevano già deciso i posti, e quello non era il mio.

 

bullismo a scuola

 

Ovviamente nessun insegnante si era mai accorto di niente: né quella “scollegata” con la quale, suo malgrado, assaporavamo una certa libertà, né tantomeno gli altri insegnanti, la cui rigidità e severità erano il marchio di fabbrica dei professori liceali del pleistocene. E poi in classe, da bravi soldatini, sia le vittime che i carnefici dissimulavano rancori e soprusi seguendo in silenzio le lezioni e parlando -come si conviene a dei bravi ginnasiali- soltanto se interpellati. Il tutto sempre avvolti nell’aura claustrofobica della cittadina di provincia anni Ottanta, boriosa e ottusa, fiera del proprio isolamento e dimentica delle proprie radici contadine.

 

Le prime fratture all’interno della classe risalivano proprio al Ginnasio e al democraticissimo interrogatorio “conoscitivo” della Professoressa di Lettere. Lo ricordo come fosse ieri:

 

– Dunque… S.G., che mestiere fa tuo padre?
– Mio padre è Dirigente della XY.
– Ahhh, quindi abiti in quella bella villa fuori città?
– Si, abito lì.
– Ah bene bene!!!

– Tu invece B.D., sei la nipote del Senatore?
– Si
– …la figlia del primario?
– Si.
– Ah molto bene!

– Zingaretti?
– Si…
– Mh… Zingaretti non mi sembra un cognome di Rieti…
– No, papà è della provincia di Roma.
– Ah… Mh… Della provincia. E che lavoro fa?
– Lavora alle acciaierie di Terni.
(Silenzio e sgomento)
– …alle acciaierie???
– Si.
– Ma… proprio negli altiforni???
– Ehm, non lo so…
– Ah… Mh… E tua madre? Che lavoro fa?
– La casalinga.
(SDEGNO. DISGUSTO. E 5 FISSO).

 

C’era solo una categoria più invisa alla nostra professoressa, una sola categoria più snobbata e disprezzata di “noi”: i “paesani”, gli studenti provenienti dai paesi della provincia, orrore! …Era come se avessero avuto la peste.

 

Indegni di frequentare lo storico Liceo Classico in cui si era diplomato Indro Montanelli, indegni di una scuola destinata a formare la classe dirigente cittadina del futuro, ovvero: l’avvocato figlio di avvocati e quindi con lo studio avviato; il dentista figlio di dentisti e quindi con lo studio avviato; il medico, figlio di medici e quindi con lo studio avviato, il notaio figlio di notai e quindi con lo studio avviato, ecc…

 

Gli altri? Meglio che cambiassero scuola.

 

Invece ho cambiato tutti i professori andando al Liceo. Una svolta. Una rinascita. Una rivincita. E uno spasso!

 


Autore articolo
Sandra Zingaretti

Sandra Zingaretti

Insegnante

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