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Negli ultimi tempi si parla molto di “teoria gender”, anche il relazione al mondo della scuola.

Alcuni istituti infatti -tra cui scuole primarie- hanno inserito nella propria offerta formativa un programma mirato a sensibilizzare gli studenti sulle tematiche relative ai generi e ai loro ruoli sociali.

gender a scuola

La polemica ruota attorno ad una grande paura: cosa si sta insegnando ai nostri figli? Si vuol far passare sottobanco una campagna generale di lavaggio del cervello per stravolgere l’ordine costituito?

È meglio mettere ordine. Intanto, non esiste alcuna teoria gender. Esistono i gender studies, ovvero una corrente di analisi su come la società abbia attribuito dei ruoli ai generi, maschi e femmine, in modo del tutto arbitrario e discriminatorio. Questi canoni sociali, ormai radicati, si annidano ovunque, dalle fiabe per i bambini alle pubblicità, e costruiscono un tessuto di caratterizzazione per i generi, che sfocia, senza neanche che ce ne accorgiamo, nelle evidenti disparità in molti ambiti della vita.

Gli studi gender mirano a cambiare questo. Gli studi gender vogliono mettere in crisi quegli stereotipi di maschio forte e femmina capricciosa e succube. Non c’è nessuna volontà di indurre i maschietti a mettersi il rimmel o la gonna, i sessi esistono e sempre esisteranno, ma il genere è un concetto invece culturale, almeno in gran parte.

Se in alcune scuole questo percorso è stato intrapreso in malo modo, è giusto criticare e segnalare, così come è altrettanto giusto che i genitori siano informati dell’eventuale introduzioni di questa iniziativa nei progrmami scolastici, ma non è il caso di fare false propagande.

Dunque si rilassino i puristi del conservatorismo sociale. Gli studi gender sono un’occasione di conoscenza e uno spunto per cambiare. Non è detto che tutti si sia favorevoli, ma è giusto quanto meno non sparare nel mucchio senza sapere di cosa si sta parlando.

Sappiamo benissimo che l’ambito sessuale, anche solo sfiorato, fa scattare parecchi campanelli d’allarme quando si tratta di bambini, dunque le comprensioni delle mamme sono umanamente comprensibili, ma è il mestiere di chi insegna e di chi divulga (attraverso blog, per esempio) far sapere che gli studi gender non sono bombe ad orologeria e meritano come minimo consapevolezza.

Se dopo queste righe aumenteranno i “studi gender” sulla barra di ricerca google, sarà un buon punto di partenza.


Autore articolo
Lorenzo Giarelli

Lorenzo Giarelli

Giornalista blogger

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