Condividi

Sottopagati, ignorati, dati per scontato, spesso sviliti e chiamati fannulloni, gli insegnanti in Italia non se la passano gran bene. Alla difficoltà del percorso per il mitologico “ruolo” si somma un generale disinteresse, se non disprezzo, da parte di istituzioni e opinione pubblica, per non parlare dei conflitti interni alle singole scuole. Verrebbe da lasciar perdere o cambiare strada, il mondo contemporaneo ci vuole interconnessi e multitasking, in continuo cambiamento e riciclo, chi ce lo fa fare?

 

E invece no.

 

No, perché l’epoca delle passioni tristi non può avere la meglio sulla speranza di fare la differenza. Perché è qui ed ora, con questi ragazzi complessi e in questi tempi difficili che si gioca la sfida educativa. Perché domani ci saranno altri tempi e altri ragazzi e la scuola rimarrà il luogo in cui possono guardarsi, riconoscersi e mettersi alla prova e noi insegnanti dobbiamo esserci, perché ne abbiamo bisogno entrambi. Perché, e questo forse non gliel’abbiamo mai detto, ai nostri ragazzi, anche noi insegnanti cresciamo confrontandoci con loro e scopriamo un altro po’ di noi stessi grazie a loro. È una relazione biunivoca, un rapporto dare-ricevere, spesso sbilanciato ma mai unilaterale. A scuola, noi insegnanti abbiamo bisogno dei ragazzi come loro di noi.

 

Perché per insegnare è necessario imparare, sempre. É faticoso, richiede concentrazione e tenacia, ma quello che viene in cambio è un lento, costante germoglìo, se solo acconsentiamo a crescere assieme, a lasciarci sorprendere, a mostrarci umani senza perdere di autorevolezza.

 

migliore versione di me

 

Personalmente, quando insegno riconosco me stessa perché mi vedo riflessa in venti paia di occhi-specchio. Insegnare mi spinge a diventare la migliore versione di me, in un continuo riscoprirmi, in un consapevole processo di formazione che passa attraverso errori, tentativi, riepiloghi e nuove partenze. E lo stesso vale per loro, creature in crescita che si fanno spazio, si scoprono commettendo errori e pasticci, ma esiste forse un altro modo?

 

Restare umani senza smettere di essere insegnanti, di trasmettere non solo dati ma anche un po’ di se stessi, continuando a scoprirsi insieme. Senza perdersi, beninteso, senza sconfinare e sapendo che la scuola è parte del tempo, ma non tutto il tempo, non tutta la vita.

 


Autore articolo

Giulia Cabrelle

Giulia Cabrelle

Insegnante

SEGUILA:
Blog

Nessun commento

LASCIA UN COMMENTO