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La scuola della burocrazia che sfianca e sfinisce, la scuola delle mille responsabilità, dei verbalizzatori e dei gendarmi.

È ormai acclarato che le istituzioni educative si stiano svuotando di contenuti, sempre più lontane dalla loro funzione originaria, ossia quella formativa.

Ripenso a me bambina, sul finire degli anni ottanta, in un mattino frizzante di primavera. Nei nostri grembiuli rosa e azzurri aspettavamo la campanella, rincorrendoci nel cortile. Un compagno, in maniera involontaria, mi fece cadere; una pietra aguzza mi si conficcò, con precisione chirurgica, nel ginocchio sinistro.

Ricordo il dolore, il mio sforzo per non piangere; la bidella alta e massiccia che, con modi ruvidi, estrasse il sasso con delle forbici; l’odore pungente de “lu spirite” (alcool, in abruzzese), il bruciore da capogiro, lo strofinaccio a quadri bianchi e rossi attorno alla gamba; i complimenti di bimbi e maestre intorno a me, perché ero riuscita a non versare una lacrima.

Ho ancora una cicatrice, una piccola lisca chiara sul ginocchio. Ogni volta che la guardo mi rievoca un mondo che non c’è più. Di semplici ruoli, di buon senso e condivisione. Di bambini che potevano correre liberi, cadere e rialzarsi senza che collaboratori, docenti e dirigenti finissero alla gogna.

Non come avviene oggi, in un clima post-contemporaneo eppure medievale, di caccia alle streghe e colpevoli, di stereotipi, stanchezza e sfiducia.

Di aberrazioni e interpretazioni letterali, in cui tutto è talmente “normato” che nella norma si perde, parossisticamente, ogni normalità.

La normalità del gioco.
La normalità di movimento.
La normalità di avere tempi e temperamenti diversi.
La normalità di sperimentare, di percorrere qualche passo a piedi all’uscita, a casa o verso lo scuolabus, magari ridendo a crepapelle con i coetanei, anche se hai solo tredici anni.

scuola della burocrazia

Ci è voluto persino l’intervento del Legislatore che è stato costretto a inserire un apposito emendamento nel Decreto Fiscale, per consentire agli adolescenti di non essere trattati alla stregua di pacchi postali, da ritirare a fine lezione.

Ben vengano consapevolezza, conoscenza, attenzione, applicazione di regole adeguate alla realtà circostante e ai suoi vorticosi cambiamenti.

Ma non la loro esasperazione.

Non questa “pedagogia difensiva” che alla fine non difende affatto. Questa pedagogia che, nel significato etimologico, non e-duca, non “tira fuori” nulla, non costruisce, non favorisce la relazione e l’acquisizione dell’autonomia.

Per restituire al mondo ragazzi sempre più fragili e confusi.

 


Autore articolo
Isabella Tonucci

Isabella Tonucci

Insegnante blogger

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