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Il rapporto tra l’insegnante e i discenti è caratterizzato da reciproche attese. Gli studenti si aspettano di essere compresi e stimolati e l’insegnante spera di ricevere rispetto e soprattutto di essere seguito.

Ogni studente frequenta la scuola per appagare il bisogno di apprendimento e di crescita nel rispetto della dignità. Ha le sue problematiche ed è portatore di necessità che rischiano di far apparire la voglia di apprendere secondaria rispetto alle dinamiche interiori che quotidianamente sente e vive.

L’insegnante non è più visto come il “possessore del sapere” e se si dovesse atteggiare come tale apparirebbe lontano dai bisogni e dalle attese degli alunni. Il suo ruolo non può essere autoritario, perché l’autoritarismo è lontano dal modello di riferimento delle nuove generazioni.

Esse hanno in mente un modello di confronto e di naturale scontro ”generazionale”.

L’autoritarismo è causa, talvolta, degli abbandoni scolastici. L’insegnante utilizza il suo sapere per promuovere lo sviluppo e la crescita delle personalità. Costruisce astrattamente il percorso più idoneo agli scopi e agli interessi dell’alunno, della sua famiglia e della nazione. Esegue e gestisce le attività, mediando con gli umori ed i tempi di ciascun discente. Non può determinare il tempo delle cose, ma sa che le cose si faranno con la più ampia flessibilità possibile dentro uno spazio temporale, che, spesso, non si esaurisce in un anno scolastico e meno ancora in una frazione di esso (trimestre o quadrimestre).

didattica positiva

I tempi di reazione degli studenti sono indipendenti dalla volontà degli insegnanti e dipendono, anche, dai diversi “stili di apprendimento”. Il rapporto di apprendimento è dinamico ed interagiscono forze ed energie diverse, che assieme determinano il risultato che verrà raggiunto.

Ogni scelta dell’insegnante ed ogni sua azione didattica è foriera di conseguenze che verranno valutate ex ante, in concomitanza del loro divenire, ed ex post, in primis, dallo stesso insegnante, che sa bene di non possedere “la conoscenza assoluta” e soprattutto sa di non essere infallibile.

Tale consapevolezza esclude i sensi di colpa per non aver bene operato e promuove, dopo una scrupolosa analisi, nuove e diverse attività relazionali tese a rimodulare gli interventi educativi e didattici nell’interesse di ciascuno alunno. Talvolta, l’insegnante potrebbe lasciarsi trasportare dagli umori di un momento, che pure sono importanti, essendo la vita didattica il succedersi di infiniti umori e momenti conseguenti tra loro, e pensare di essere il responsabile assoluto degli eventi negativi che si siano verificati e agire per sensi di colpa.

Tale modalità è foriera di svantaggi e fugge dall’operare logico e trasforma una relazione, complessa e articolata, in una gara nella quale la comunicazione si riempie di vizi e di scotomi e mostra l’insicurezza del saper agire. Il gioco comunicativo si fonderà sulla capacità di saper attivare sensi di colpa per ottenere il risultato che ciascuno si aspetta dall’altro ( stima reciproca, che si traduce in un voto positivo per lo studente e in una presunta manifestazione di stima per l’insegnante).

Il processo didattico vede coinvolti una pluralità di soggetti (alunni, corpo insegnante e gli altri operatori della scuola), che, pur avendo lo stesso scopo, seguono e attivano energie diverse creando scontri e disaccordi. Il senso di colpa mette in moto e acuisce i contrasti e rischia di creare un ambiente di reciproche antipatie, che rischiano di essere aggravate se l’insegnante dovesse prediligere strategie didattiche di tipo “collaborativo-cooperativo”, in quanto ciascun elemento del gruppo potrebbe essere proteso all’affermazione di sé a discapito dello scambio di esperienze e dell’arricchimento reciproco: ognuno andrebbe alla ricerca del “ruolo” nel gruppo, che in ogni caso non troverà riscontro con le sue aspettative.

In questo modo si sostituirebbe il metodo interpretativo della realtà basato sulla logica razionale, con un metodo più istintivo che razionale. La colpa genera colpa e troppe colpe rendono tutti colpevoli e nessuno colpevole. Se nessuno è colpevole con colpa, nessuno reagirà e nessuno insegnerà.

Resterà l’insicurezza che ciascuno avrà del suo sapere e di sé e non opererà scelte logiche per risolvere problemi.

Bartolomeo Merola, insegnante

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