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Essere degli educatori ed insegnanti è una grande responsabilità che provoca spesso dei cedimenti, specialmente in questi ultimi anni di precarietà sotto tutti i punti di vista. Si stanno verificando addirittura numerosi episodi di maltrattamenti in strutture educative e socio-sanitarie sia private che pubbliche ai danni di bambini, studenti, anziani e disabili.

In seguito a questa vera e propria emergenza, si discute sempre più frequentemente di burnout di insegnanti ed educatori.

Il termine burnout può essere tradotto come “bruciato” o “scoppiato”. Esso si riferisce alla sindrome da esaurimento emozionale, depersonalizzazione e riduzione delle capacità personali che può presentarsi in persone che svolgono professioni di aiuto, dette anche helping profession.

Tale cedimento può provocare una svalutazione della persona che rischia di non operare più per il benessere dei suoi utenti. Come una risposta allo stress cronico quotidiano, l’operatore si trova così a svolgere un lavoro peggiore in cui la motivazione è minima e la frustrazione massima.

Le cause del burnout sono molteplici: contratti sempre più scadenti, classi numerose, condizioni di lavoro precarie, stipendi ridotti, susseguirsi continuo di riforme. A pesare è anche la sempre più bassa considerazione da parte dell’opinione pubblica.

Il fenomeno del burnout tra gli educatori è una questione internazionale, perché legato all’attività professionale svolta.

La categoria dei docenti in Inghilterra presenta un rischio suicidario del 40% superiore a quello della popolazione generale (dati 2012 della National Union Teacher). Uno studio condotto in
Germania ha evidenziato che la maggior parte dei pre-pensionamenti tra i professori per malattia sono dovuti a disturbi psichiatrici.

Lo studio “Inidoneità dei docenti: le patologie che la determinano” del Dott. Lodolo D’Oria ha valutato che fra i docenti non idonei all’insegnamento, l’83% ha patologie psichiatriche, susseguite dal 17% dalle disfonie dovute al prolungato uso della voce. L’età media è di 55 anni con una anzianità di servizio di 31 anni.

Sono le maestre delle elementari a riportare la maggiore percentuale di esperienza diretta di patologie psichiatriche, susseguite dalle insegnanti delle superiori, medie e della scuola dell’infanzia (quasi a sottolineare che nessun ordine scolastico è risparmiato dalla usura psicofisica). Non sembra, invece, avere alcuna influenza il titolo di studio conseguito.

Esistono strategie istituzionali per contrastare il Burnout ma l’approccio deve essere multidimensionale. Si deve operare su più ambiti, politico, sociale, sanitario ed economico.

Occorre coinvolgere le istituzioni, le parti sociali, l’amministrazione scolastica, le associazioni di categoria, gli studenti, le famiglie. E’ possibile prevenire il Burnout negli insegnanti, così da bloccarlo prima del suo manifestarsi, utilizzando alcune strategie operative. Come sostiene Christina Maslach, docente di psicologia: “Un grammo di prevenzione vale quanto mezzo chilo di cura”.

educatori

PIANO ISTITUZIONALE

Il primo passo da svolgere è il riconoscimento del Burnout come disagio psichico, da parte dell’istituzione scolastica, delle politiche governative e della comunità intera. La nuova normativa sulla tutela della salute dei docenti obbliga i dirigenti scolastici a provvedere a l’incolumità psicofisica del lavoratore e dell’utenza prendendo in considerazione lo stress correlato al lavoro e l’età del lavoratore (art.28 D. Lgs 81/08).

Un ruolo fondamentale è assunto dalla supervisione pedagogica e/o psicologica, personale e di gruppo. La supervisione da accesso ad emozioni intense e spesso bloccate, e permette di prendere consapevolezza delle situazioni che si verificano sapendo elaborarle e riflettendo sulle proprie azioni.

È necessario creare spazi di riflessione e condivisione, per supportare la ricerca di significato rispetto a situazioni che mettono in gioco parti profonde della propria persona. Condividere il malessere con un collega aiuta a condividere la sofferenza e a diminuire il peso della responsabilità.

La conoscenza di sé e dei propri limiti, diventa la più grande risorsa per un educatore.

Bisogna inoltre ricostruire il percorso di formazione degli insegnanti e degli educatori. Come sostiene il MIUR le informazioni sul burnout (cause, effetti, strategie per fronteggiarlo), dovrebbero essere parte irrinunciabile dei corsi di formazione delle professioni di aiuto. Una maggiore consapevolezza può portare a prevenire fonti di stress ed elaborare metodologie idonee per gestirle.

Risulta significativa anche un’adeguata preparazione in merito alle abilità sociali. Educare significa essere continuamente in relazione con altre persone, per tal motivo, comunicare e saper interagire adeguatamente e un aspetto centrale di questa professione.

PIANO ORGANIZZATIVO

Un intervento efficace è modificare l’organizzazione del lavoro, come la pianificazione degli orari, ottimizzare la divisione delle attività, condividere le responsabilità, migliorare le condizioni contrattuali e dar maggior flessibilità di permessi e congedi.

L’anzianità di servizio media al momento della diagnosi tra i casi psichiatrici osservati e di circa 20 anni di lavoro continuativi in cattedra.

Il dato potrebbe suggerire per il futuro l’adozione di un sistema – già in vigore in altri Paesi – che preveda la graduale riduzione dell’attività di docenza con la progressione di carriera, compensata
da un crescente impegno in compiti di coordinamento e supporto alla didattica.

PIANO PERSONALE

Può essere utile dedicarsi ad attività extra-lavorative utili per distanziarsi dai problemi inerenti all’impiego e recuperare fiducia ed energia per essere più efficienti nel lavoro.

La Maslach invita a distaccarsi dalle situazioni vissute nell’ambito lavorativo, prima di rientrare in famiglia, attraverso tecniche di rilassamento.

Una strategia meditativa per sviluppare la consapevolezza del proprio malessere e attenuare i propri insuccessi è la Mindfulness, che si concentra sul presente eliminando qualsiasi tipo di giudizio. Secondo questa pratica, bisogna imparare a vivere nel presente, senza colpevolizzarsi per il passato e il futuro, in modo da ottenere benefici sui disturbi tipici del burnout (disturbi d’ansia, depressione).

CONCLUSIONI

Negli ultimi 20 anni si è passati dalle baby-pensioni al drastico sistema previdenziale odierno, senza la minima valutazione della salute degli insegnanti. Una netta inversione di marcia deve essere attuata dalla politica governativa nei confronti dei docenti.

Le psicopatologie dovrebbero essere annoverate ufficialmente tra le malattie professionali degli insegnanti e degli educatori, cominciando a prevenirle, curarle e gestirle con il coinvolgimento del dirigente
scolastico e della classe medica.

L’insegnante che riesce a condurre una vita equilibrata nell’ambito lavorativo, familiare, sociale, correrà molto probabilmente meno rischi di cadere nel Burnout e riuscirà a svolgere il proprio compito professionale in modo soddisfacente. Ricordiamoci che salvaguardando il benessere psico-fisico delle professioni di aiuto, tuteliamo anche la salute mentale dei loro utenti: bambini, ragazzi, disabili e anziani.

Prendendoci cura dei nostri operatori che trascorrono con l’utenza un numero elevato di ore al giorno, ci prenderemo cura anche dei nostri bambini.

 


Autore articolo
Annalisa Falcone

Annalisa Falcone

Educatrice

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