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Oggi Primo Levi avrebbe compiuto 100 anni. L’autore di “Se questo è un uomo” nacque infatti il 31 luglio 1919 e nella sua opera più famosa descrisse gli orrori del nazismo dal suo punto di vista di prigioniero di Auschwitz, in cui rimase per oltre un anno.

Primo Levi

Oltre alla scrittura, Levi amava molto anche le scienze e considerava la scrittura imprescindibile dalla chimica. Si laureò in chimica nel 1941, anche se non lavorò mai in questo campo. Nel 1975 scrisse però “Il sistema periodico”, una raccolta di racconti intitolati ciascuno come un elemento chimico, in cui narrava la sua esperienza nel più famigerato lager nazista. Nel 2006 il libro fu eletto “il miglior libro di scienza mai scritto” dalla Royal Institution, superiore persino all’opera di Darwin.

Vogliamo qui ricordarlo con alcuni passi del suo romanzo più famoso, “Se questo è un uomo”, per ricordarci sempre di non dimenticare: “Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.

Quest’anno è passato presto. L’anno scorso a quest’ora io ero un uomo libero: fuori legge ma libero, avevo un nome e una famiglia, possedevo una mente avida e inquieta e un corpo agile e sano. Pensavo a molte lontanissime cose: al mio lavoro, alla fine della guerra, al bene e al male, alla natura delle cose e alle leggi che governano l’agire umano; e inoltre alle montagne, a cantare, all’amore, alla musica, alla poesia. Avevo una enorme, radicata, sciocca fiducia nella benevolenza del destino, e uccidere e morire mi parevano cose estranee e letterarie. I miei giorni erano lieti e tristi, ma tutti li rimpiangevo, tutti erano densi e positivi; l’avvenire mi stava davanti come una grande ricchezza. Della mia vita di allora non mi resta oggi che quanto basta per soffrire la fame e il freddo; non sono più abbastanza vivo per sapermi sopprimere.

E ancora: “Ma nell’odio nazista non c’è razionalità: è un odio che non è in noi, è fuori dell’uomo, è un frutto velenoso nato dal tronco funesto del fascismo, ma è fuori ed oltre il fascismo stesso. Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire di dove nasce, e stare in guardia. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.