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ADHD è l’acronimo di Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder.

Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo. Esso include difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e del livello di attività.

Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere (quindi ha molte difficoltà in tutte quelle attività che riguardano la pianificazione) e delle richieste dell’ambiente. Molto spesso si presenta in associazione con altri disturbi e difficoltà (altissima la comorbilità con i disturbi di apprendimento) anche di carattere emotivo-relazionale, come il disturbo oppositivo-provocatorio.

È bene precisare che l’ADHD non è una normale fase di crescita che attraversa e supera ogni bambino, non è nemmeno il risultato di una disciplina educativa inefficace da parte dei genitori, e tanto meno non è un problema dovuto alla «cattiveria» del bambino. L’ADHD rimane per tutta la vita, si trasforma ma non svanisce.

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Ovviamente questo articolo non vuole essere una trattazione medica e specifica di quali sono le cause di questo fenomeno quindi tralascerò tutta quella parte per addentrarci in ciò che ci interessa maggiormente, ossia l’ADHD correlato alle attività scolastiche e alla gestione del tempo in classe.

La prima cosa essenziale da dire è questa: non bisogna assolutamente tentare di ridurre l’attività eccessiva del bambino ma bisogna cercare di indirizzarla e incanalarla in attività accettabili e con delle finalità (ad es. somministrare degli incarichi che permettano il movimento all’interno della classe perseguendo un obiettivo educativo, come pulire la lavagna, sistemare i libri dalla cattedra…).

Si può utilizzare l’attività come risposta attiva durante la lezione, usando metodi di insegnamento che incoraggino il parlare, il movimento, lavorare alla lavagna.

Ricordiamoci che questi bambini non possono fare a meno di muoversi e di perdere la concentrazione: permettiamogli quindi di colorare, disegnare, giocare con un elastico, con la gomma e non arrabbiamoci se lo vediamo fisso a guardare fuori dalla finestra, è il suo modo di “staccare la spina” per permettere al suo cervello di avere abbastanza risorse cognitive per affrontare il compito. Anche uscire fuori dall’aula può essere un valido aiuto ma deve essere fatto volontariamente dal ragazzo, non deve essere allontanato perché disturba la lezione.

Se vi trovate di fronte ad un ragazzo con una verbalizzazione dirompente, insegnategli a riconoscere le pause nella conversazione, a rispettare i turni di parola senza perdere il filo del discorso.

Cosa fare concretamente per diminuire il calo dell’attenzione:

– Dividere il compito in sotto parti più piccole in modo che possano essere completate in tempi diversi;

– Fornire due compiti, uno che attira di meno e uno di più e far svolgere prima quello più sgradito;

– Spiegare il compito da svolgere con un linguaggio chiaro, preciso;

– Permettere di lavorare in coppia o piccoli gruppi;

– Durante la spiegazione inserire il nome dell’allievo nei personaggi, sicuramente catturerete la sua attenzione meglio che con un richiamo verbale a stare attento;

– Trasformare in gioco il ripasso e la correzione dei compiti;

– Permettere modalità alternative di risposta per una stessa domanda;

– Aiutiamolo nell’organizzare l’attività, a partire dal materiale necessario per svolgere il compito;

Un ultimo accorgimento importantissimo: riconoscere SEMPRE le capacità e gli sforzi del bambino, aiutandolo a migliorare le sue qualità.


Autore articolo
Federica Ghirardo

Federica Ghirardo

Pedagogista specializzata nei disturbi di apprendimento e nel sostegno alla genitorialità

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