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Il mio primo pensiero quando entro nell’aula è quello di non annoiare i miei alunni lasciandoli ad eseguire da soli noiosi esercizi di grammatica o a cimentarsi nella banale compilazione di fotocopie.

Amo il rapporto diretto, amo colloquiare con loro, approfondire una lettura, una pagina di storia una tecnica pittorica. I bambini oggi hanno bisogno non solo di raccontarsi ma, soprattutto, di essere ascoltati.

Ognuno di loro è unico e si sente unico e così, quando sono in classe, cerco di non spezzare mai quel contatto che nell’Aikidō si esprime con “I Shin Den shin”…

Da me a te. Da cuore a cuore.

Perché sono convinta che non si arriva alla mente se non si passa per il cuore. Specialmente coi bambini.

Quando lavoro con loro cerco di seguire un filo logico mostrando loro le varie facce di un concetto, di una parola, che può avere diverse accezioni a seconda del contesto in cui è inserita.

Spesse volte, dopo un’ora di lezione-discussione-approfondimenti (tramite anche ricerche in internet) qualcuno mi dice: – “Maestra, ti rendi conto che siamo partiti dall’italiano e siamo arrivati all’informatica passando per la matematica la storia e le scienze?”- Ed allora facciamo una mappa concettuale per vedere come nel campo della conoscenza umana ogni informazione è interconnessa con tutte le altre… Come la divisione disciplinare è solo un fatto apparente, un tentativo di semplificare, di spezzettare quello che in realtà è l’unicità dell’essere umano.

Questo mio modo di lavorare non solo mi porta a non stare mai seduta dietro la cattedra, odio la cattedra… ho una vera e propria idiosincrasia. Passeggio tra i banchi, mi siedo con loro mentre mando qualcuno alla LIM per eseguire un esercizio dimostrativo, perché in classe anche gli esercizi sono collettivi e i miei alunni si correggono tra di loro mentre io li osservo ed intervengo solo quando lo reputo necessario. Li ho abituati ad auto-correggersi ed auto-valutarsi avendo bandito voti e giudizi da parte mia.

Questo però non mi semplifica la vita, perché alla fine devo pur controllare i loro elaborati. Se i loro quaderni sono in ordine. Se hanno svolto i compiti che si fanno in classe – lavoro su una classe a tempo pieno – ed a casa nei fine settimana (e non mi si
dica che a casa i compiti non si fanno perché sono loro stessi che mi dicono: “Maestra non ci assegni nulla per questo fine settimana?“.

Non lo faccio tutti i giorni e non lo faccio in classe perché quando sono in classe devo, come ho detto, pensare a loro.

Per cui ho l’abitudine di portarmi a casa i loro quaderni per correggerli nei fine settimana con calma e tranquillità. Ed allora capita che tra le righe, tra quelle pagine in cui la scrittura è ancora in cerca di se stessa, in cui tenta di caratterizzarsi per esprimere la personalità del singolo, che ritrovi pensieri che ti lasciano senza parole. Come mi è successo di recente con un alunno che, nel cimentarsi in un testo descrittivo, così mi descriveva:

punta di biro

Ecco, con poche parole un’intera enciclopedia pedagogica.

Perché io penso che il segreto di un buon insegnante stia tutto qui. Nella sua capacità di “fascinazione”, come ben sanno tutti i trascinatori di popoli. Anche se la fascinazione, in ambito scolastico, ha una grande valenza pedagogica. Affascinare gli alunni significa far germogliare e far crescere in loro l’amore per la Cultura, per lo Studio, per il Sapere e sono sicura che se lo imparano da piccoli difficilmente potranno ripudiarlo da grandi.

Grazie al mio alunno…

Angela Santoro, insegnante (segui il suo blog)