Condividi

Stare lì, seduto su quei banchi, non è mica facile.

 

Alcuni insegnanti se ne dimenticano, di quanto sia difficile. Anche a me a volte capita di non pensarci.

 

Ma stare lì, coi compagni che basta una loro risata per farti sentir male; con quel tizio là davanti che ha il potere di schiacciarti, se vuole; con la voglia che avresti, a volte, di essere ovunque ma non lì: no, non è per niente facile.

 

Forse è per questo che a tanti la scuola non piace, che alcuni l’abbandonano subito, che altri la finiscono solo perché è un obbligo.

 

Poi ci sono quelli fortunati.

grandi insegnanti salvano le persone

Quelli che a un certo punto iniziano a pensare che a scuola possa succedere qualcosa di bello – e non solo a ricreazione con quella ragazzina carina di Prima E – no, anche lì, su quei banchi.

 

Quelli che a un certo punto capiscono che quello è uno dei posti – e forse “il” posto – dove quello che hanno dentro può finalmente venir fuori.

 

Quelli, loro, sono quelli che hanno la fortuna di andare a sbattere contro un insegnante che li può salvare dalla pena più grande di tutte: quella di non conoscere sé stessi mai.

 

Sì, gli insegnanti possono fare tante cose: quelli normali istruire, quelli bravi educare. Ma quelli grandi: salvano. I grandi insegnanti salvano le persone.

 

Io sono stato salvato da due insegnanti.

 

La prima si chiama Loretta Marchi.
Non aveva niente di speciale, ed aveva la cosa più speciale di tutte, per chi fa questo lavoro: lo amava, e te lo faceva capire. Ti faceva ridere.

 

Non sono tanti i prof che sanno farti ridere: quasi sempre le loro battute annegano in oceani di imbarazzante silenzio. Lei no, lei riusciva a farti divertire, e così mi ha insegnato la cosa più importante: che imparare non è che può, imparare deve essere divertente.

 

No, non solo nel senso che deve farti ridere: nel senso che deve farti de-vertere, esplorare nuove strade, nuovi mondi.

 

Ero piccolo per poterlo capire davvero, ora che sono grande lo so: facendomi ridere e stare bene in un posto in cui ridere e stare bene sono le ultime cose che ti viene di fare, lei mi ha salvato.

 

Il secondo si chiama John Keating.

 

Sì, avete capito bene: lui. Carpe diem, capitano mio capitano e tutto il resto.

Il giorno in cui ho visto per la prima volta L’attimo fuggente – al cinema, accompagnato dalla prof Marchi, che te lo dico a fare – è stato il giorno in cui ho capito non chi ero, ma chi volevo essere.

 

Certo, immagino faccia un certo effetto parlare di un personaggio di fantasia come se fosse una persona vera. Il fatto è che per me lui è una persona vera.

 

Esiste sul serio: dentro di me, ogni giorno in cui entro in classe.
Non avrei fatto il professore, senza di lui.

 

E il barbarico YAWP.
E “Vai con dio, J. Evans Pritchard!”.
E “Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo”.

 

E soprattutto: “Per non scoprire, in punto di morte, di non essere mai vissuto”.

 

Le ho prese sul serio, molto sul serio, quelle parole. Ho cercato ogni minuto, ogni secondo, di diventare quelle parole. A volte ci sono riuscito, a volte no. Ma sono ancora lì. Scolpite.

 


Autore articolo

Enrico Galiano

Enrico Galiano

Insegnante, scrittore

SEGUILO:

Facebook