Condividi

Il 19 agosto del 2000, in un paese alle pendici delle colline baresi, si consuma una brutta storia che vede protagonisti un gruppo di ventenni “difficili” e una bambina dagli occhi neri. Graziella Mansi sta giocando vicino al banco delle noccioline dove lavora il nonno, nei pressi del castello medioevale, a pochi passi dalla pineta, dove Andria si incrocia con la montagna. Fa caldo e la piccola, per dissetarsi, va a riempire la bottiglia alla fontanella vicina. Dopo 20 minuti, però, non è ancora tornata.

La situazione non è così strana, potrebbe essersi fermata a parlare con un conoscente. Dopo due ore sale la paura. Il papà, il nonno e un gruppo di conoscenti la cercano a gran voce nel buio della pineta vicina. È ormai notte quando viene ritrovata. Ma Graziella non è più una bimba, è un corpo carbonizzato su un letto di tizzoni e sterpaglie bruciacchiate nel piccolo bosco di Castel del Monte.

Comincia la lunga notte delle indagini con poliziotti che interrogano tutti. Le domande fanno male, soprattutto perché quella bambina è stata arsa viva. Volevano violentarla. In attesa del referto dell’autopsia, arriva la parola ‘pedofilia’, a macchiare di infamia la comunità. Un primo esame del corpicino mostra una lesione vaginale, anche se le mutandine sono intatte.

È possibile, dunque, che la bambina sia stata violentata o vittima di un tentato stupro. Tra i sospettati Pasquale Tortora comincia ad essere il principale. Ha 20 anni e fa il parcheggiatore abusivo davanti alla bancarella dei Mansi. Guardava spesso Graziella, tanto che i suoi amici, per prenderlo in giro, dicevano che ne era innamorato.

Agli inquirenti che lo interrogano, confessa: “Mi piaceva, era bella. L’ho portata nel bosco con la scusa di farle vedere un cagnolino, le ho detto fuoco, si è come sciolta”.

Ma il caso non è chiuso, perché Tortora tira in ballo altri quattro ragazzi di Andria, Michele Zagaria, Giuseppe Di Bari, Domenico Margiotta e Vincenzo Coratella, tutti di età compresa fra i 18 e i 20 anni. Un branco che si accanito contro una bambina. Non c’è spiegazione logica, come dice il pm Francesco Bretone è solo “l’impresa senza logica di cinque balordi che hanno deciso, per gioco, di bruciare una bambina”.

graziella

I presunti complici vengono interrogati separatamente. Provano a negare, ma alla fine due di loro crollano. Uno di loro dice: “È entrato nel bosco, teneva la bambina. A quel punto, noi siamo saltati fuori. Graziella aveva paura e questo ci faceva divertire ancora di più. Volevamo torturarla un po’, non volevamo violentarla. Poi, è uscita l’idea del fuoco. Ci pensavamo da giorni, a giocare nel fuoco. Bevevamo birra e ci esaltavamo a giocare, a tenerla. Abbiamo raccolto sterpaglia, intorno, abbiamo legato la bambina. E il fuoco l’ha coperta”.

I ragazzi vengono rinviati a giudizio con l’accusa di sequestro, sevizie su minore e omicidio premeditato, perché, come messo a verbale, i ragazzi ci pensavano “da tempo” a ‘giocare con il fuoco’. I giudici infliggono loro il massimo della pena: ergastolo con isolamento diurno.

Pasquale Tortora, giudicato prima in abbreviato, viene invece condannato a trent’anni. Durante la lettura della sentenza la mamma di Graziella sviene, il marito le corre accanto, i famigliari degli imputati imprecano. La vicenda si conclude. Otto anni dopo, Vincenzo Coratella, 27 anni, si impicca alla branda della cella con la corda dell’accappatoio. Alla madre aveva detto: “La mia vita è finita”.

Oggi ad Andria Graziella viene ricordata da una lapide posta accanto alla fontana di Castel del Monte e da un parco di periferia, ormai ricoperto di rifiuti e sterpaglie.