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La neurodidattica rappresenta la nuova frontiera delle neuroscienze. In tutto il mondo, Europa e Usa in primis, gli scienziati studiano soluzioni per migliorare i metodi di apprendimento. La scuola e la scienza si incontrano sul fertile terreno del rapporto tra cervello e apprendimento, nello specifico, quindi, sullo studio del cervello dell’insegnante e su quello dell’alunno (teaching brain e learning brain).

Proprio dallo studio dell’attività cerebrale degli insegnanti, è nata un’importante ricerca dell’Università di Harward, dalla quale è emerso che lo stress degli insegnanti (tema sempre caldo per il corpo docente) non è soltanto negativo: durante l’attività scolastica aumenta il rilascio delle endorfine. In parole povere, la relazione tra educatore e alunno fa bene a entrambi.

La ricerca scientifica però si concentra maggiormente sullo studente e sulle applicazioni didattiche. Per fare un esempio, se prendiamo in considerazione la memoria a lungo termine, scopriamo che le informazioni riescono a fissarsi nel nostro cervello attraverso la ripetizione dello stimolo e la conseguente attivazione di una sequenza di sintesi proteica. Tradotto: le tabelline vanno imparate a memoria.

Con la memorizzazione, lasciamo spazio ed energie alle altre attività cerebrali. Allo stesso modo, con l’imitazione attiviamo i neuroni presenti nella parte posteriore sinistra della corteccia frontale, accanto all’area del linguaggio, dimostrando come l’apprendimento passi sempre attraverso la simulazione corporea, ovvero sull’imitazione del nostro circuito specchio.

neurodidattica

La neuroscienza fa felice anche gli adolescenti: dalla ricerca è emerso che il cervello dei ragazzi entra in attività più tardi la mattina rispetto a quello degli adulti. Ogni giorno, il rilascio della melatonina nei giovani avviene più tardi, mediamente, rispetto a quanto accada negli adulti. Di conseguenza, il ritmo veglia-sonno è diverso: i ragazzi hanno bisogno di dormire di più e di più tempo per svegliare il cervello.

Proprio per questo, negli Stati Uniti, molte scuole prevedono l’inizio delle lezioni per le 10 del mattino. Anche una scuola italiana, la Ettore Majorana di Brindisi, dal prossimo anno sperimenterà il nuovo orario, per la felicità degli studenti.

Ultimo punto della ricerca neuro-scientifica che riportiamo è legato alla motivazione e ai processi decisionali. Negli adolescenti, la corteccia frontale e prefrontale, ovvero le aree deputate a questi compiti, si sviluppano più tardi rispetto agli adulti. Le scelte infatti sono basate sul rilascio di serotonina e dopamina in relazione a stimoli piacevoli. Ne deriva che, nei limiti del possibile, un bravo insegnante non dovrebbe far leva sul senso di responsabilità dello studente, ma cercare di rendere interessante e piacevole l’apprendimento.

Cosa deve fare la Scuola a questo punto? Intanto rendere integrare la formazione degli  inseganti con le evoluzioni della neuroscienza cognitiva. E dal canto loro, gli insegnanti dovranno progettare la didattica  e gestire la classe tenendo conto di quanto appreso. L’apprendimento e l’educazione passano dalle relazioni tra insegnanti e discenti. Lo dice la scienza.