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Un’affermazione forte, questa della professoressa Franca Di Blasio, che fa riflettere molto.

“Ho sbagliato io, non punite lo studente. Non fate del male a quel ragazzo, non ce l’ho fatta a cambiarlo”

professoressa accoltellata

Certamente è divisiva: c’è chi non la condivide, anzi la respinge in nome di un diritto/dovere istituzionale da difendere; c’è, come me, chi sente di esprimere solidarietà nei confronti di un’educatrice che ammette di avere sbagliato.

E’ un’affermazione forte, audace, ma indicativa di una profonda capacità autocritica. E’ chiaro che il gesto riprovevole dell’allievo va stigmatizzato e che l’umiltà della docente non va esaltata.

Facciamo un passo indietro.

Causa scatenante di ciò, una nota disciplinare. È uno “strumento” che mette in moto meccanismi pericolosi di azione/reazione da ambo le parti. Per chi la scrive è una sconfitta, per chi la subisce è una diminutio dell’autostima che tanto ci sforziamo di fare emergere nel corso della nostra attività pedagogico-didattica. In un attimo va tutto in frantumi.

Se, invece di essere “repressivi”, in situazioni di rischio, dialogassimo con il soggetto debole che ha manifestato il disagio, magari non subito, in un contesto di riservatezza piuttosto che di platealità, forse, dico forse, le cose potrebbero ridimensionarsi richiamando l’allievo ad una assunzione di responsabilità, trattandolo insomma da soggetto, da persona, comunque in progress formativo.

E se poi, raggiunto lo scopo, socializzassimo il risultato prima nel contesto-classe, poi parlandone con i genitori, dimostreremmo – molto di più che con un richiamo disciplinare – la nostra capacità di interazione e lo scatto di crescita dell’allievo.

Le mie sono considerazioni che nascono da un’esperienza nel campo costruita sull’autorevolezza, non sull’autoritarismo.

Mi è andata bene. Forse sono stata solo fortunata!

Nuccia Micalizzi, insegnante