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primogiornodiscuola

Le macchie di gesso sui vestiti, il rumore delle sedie che si spostano, le mani alzate, gli “Scusi prof!”, le facce assonnate, gli scambi di bigliettini più efficienti e puntuali della FedEx, l’odore di pulito e l’ordine geometrico appena entri in classe e il disastro da deflagrazione di ordigno bellico all’ultima campanella, gli occhi impauriti di quelli del primo anno, le facce sicure e altezzose da “Qua comando io” di quelli dell’ultimo, i dammi il cinque in stile rapper del ghetto all’arrivo, e le corse giù per le scale in stile fuga per la vittoria all’uscita, le cuffie nelle orecchie appena scesi dalla corriera a volume talmente alto che sapresti riconoscere autore titolo e anno della canzone anche a un metro di distanza, le mani sporche d’inchiostro, l’odore della carta plastificata dei libri nuovi di zecca tolti dal cellophane la sera prima, i caffè bevuti per svegliarsi e i tè presi per calmarsi, le risate soffocate di quelli dell’ultimo banco, i cuoricini e le foto dei cantanti sui diari delle ragazze, i calciatori e i disegni horror su quelli dei ragazzi, le merendine scartate di nascosto da sotto il banco, gli sguardi pieni di mestizia di quello chiamato alla lavagna, i “Quest’anno ci darò dentro, glielo prometto prof!”, le scuse per non aver studiato a cui farai finta di credere e le volte che farai finta di arrabbiarti, i giorni in cui vorresti ammazzarli e quelli in cui vorresti adottarli, le sopracciglia aggrottate minacciose della bidella sceriffo e il sorriso buono della bidella buona, le secchiate di vita vera di terrore di sogni di rabbia di desiderio che ti piovono addosso, ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo.

Ogni volta che ricomincia questo, ricomincia tutto.

Nell’unico posto forse rimasto in cui, quando riesci a cambiare qualcosa, poi cambia tutto.


Autore articolo

Enrico Galiano

Enrico Galiano

Insegnante, scrittore

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