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Niente, non lo schiodavi di lì.

 

Esame di maturità, commissione esterna, insegnante di italiano. Lui voleva che io dicessi questa cosa: “Nelle canzoni di Leopardi la metrica è in funzione ministeriale rispetto ai contenuti”.

 

Primo: a me, studente di diciannove anni, il concetto in sé mi sembrava una boiata pazzesca. Credo di essermi anche chiesto quali generi di sostanze utilizzasse per dire una cosa del genere.

 

Secondo: anche fossi stato d’accordo, non lo avrei mai espresso così. E lui voleva che lo dicessi esattamente con quelle parole lì.

 

Porca miseria, parliamo di poesia, della vertigine di scendere nell’abisso dell’animo umano, non stiamo parlando di tubi!

 

Molti insegnanti fanno gli insegnanti perché da studenti hanno trovato chi, da dietro la cattedra, ha acceso in loro una scintilla. E anche per me è così.

 

Quello di cui forse pochi parlano, è quanto anche i cattivi esempi siano stati importanti.

 

Quanto spesso sia stato anche un “Io, così, mai!” a portarti fin lì, a fare lo stesso lavoro di quelli che proprio non digerivi.

 

Questo, quello del professore della mia maturità che voleva che a tutti i costi io dicessi quello che lui voleva io dicessi, con le stesse parole, è stato uno degli esempi peggiori. E se oggi faccio il prof è anche grazie a lui.

 

(Beh, che dire, grazie prof! Anche se immagino sia in pensione oggi).

 

cattivo insegnante

 

Il punto, però, dove volevo arrivare, è un altro.

 

Quello di quel prof è uno degli errori che facciamo più spesso. Quando pretendiamo che i nostri ragazzi dicano quello che noi vogliamo che dicano, con le stesse parole con cui lo diremmo noi.

 

Perché? Perché è più comodo. Perché è meno faticoso per noi. Perché è più facile.

 

Ma è anche la cosa più stupida che tu possa fare, se fai questo lavoro.
Il primo segno di una società che è ferma, che non guarda avanti, che non cerca di migliorare, è quando non ci sono più parole nuove. Quando si ripetono sempre le stesse. E quando noi insegnanti pretendiamo da loro di usare le nostre parole, di non provare a trovarne di proprie, è come se dicessimo loro: “Non c’è niente da cambiare, niente da scoprire, va tutto bene così com’è”.

 

E invece dovremmo ricordarcelo sempre, che il mondo non diventa un posto migliore se a tutti va bene così com’è.

 

Ricordarci che uno dei motivi per cui facciamo questo lavoro è proprio per essere diversi da alcuni di quelli che ci hanno preceduto. Per essere migliori di loro.

 

È per questo che ai miei ragazzi dico sempre questa cosa, quando devono studiare un capitolo di storia, un racconto, un argomento di geografia: “Usate parole vostre, dite le cose con parole vostre. Se usate le stesse identiche parole del libro, è come masticare una gomma già masticata da qualcun altro. Magari si lascia ancora masticare, però non c’è gusto!”.

 

Loro ci provano, si sforzano, a volte ci riescono, a volte no.

 

L’altro giorno, in una verifica di geografia, mi trovo scritto: “La Danimarca ha un alto tasso di immortalità”.

 

Sul libro c’era scritto che ha un basso tasso di mortalità. Voleva dirlo con parole sue.

 

Gli ho segnato errore, naturalmente. Ma gli ho anche sorriso.

 


Autore articolo

Enrico Galiano

Enrico Galiano

Insegnante, scrittore

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