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La scuola italiana è un grande laboratorio in cui negli ultimi anni si sono affacciate novità importanti dal punto di vista didattico. L’arrivo della LIM, dei tablet e dei computer come strumenti ad uso quotidiano hanno catapultato la scuola italiana in una nuova era tecnologica.

Inoltre è ormai noto che che il ministro Fedeli abbia proposto di introdurre lo smartphone ad uso didattico e che la cosa sia stata approvata e normata attraverso una commissione di esperti. Le premesse sono interessanti e scientificamente valide, non si può di certo voltare il capo davanti alle nuove tecnologie che facilitano la vita e sono oramai indispensabili nel quotidiano.

Eppure sorgono spontanee alcune riflessioni: la scuola italiana si è realmente modernizzata?

Pensando a tutta questa tecnologia dentro le aule, ci si può chiedere: è sufficiente mettere dentro le classi mezzi tecnologici, più o meno di ultima generazione, per rendere moderna, efficace ed efficiente la scuola di oggi? E di contrapposto: un insegnante preparato non sarebbe sufficiente per un’ottima didattica?  In una scuola che si voglia definire all’avanguardia e moderna nella sua globalità, come possono sussistere ancora forme obsolete di fare didattica?

Alcuni punti su cui ci si vuole soffermare sono: minacciare/ricatto, scarsa motivazione, il non fare.

Partendo dal primo punto si deve riconoscere che ricatto o minaccia sono parole forti e evocano emozioni negative, ma nella “moderna” scuola italiana, ancora oggi la minaccia esiste. Spiego meglio, si chiama voto, giudizio, valutazione.

Di fatto se uno studente non raggiunge la prestazione richiesta viene minacciato più o meno esplicitamente, di ricevere una valutazione negativa – e di carattere ufficialmente oggettivo – poiché il docente dovrebbe valutare ciò che lo studente ha imparato.

Ma è innegabile che il docente è umano e nella valutazione applica quello che nel film “La meglio gioventù” viene chiamato il “quoziente simpatia”, dal greco sympatheia, ovvero condividere il patos cioè quella parte irrazionale dell’animo umano che ha un suo ruolo nel giudizio non solo scolastico ma anche nel quotidiano.

Pertanto un bambino che viene giudicato sarà anche un adulto che giudicherà i suoi simili.

Al contrario, un bambino che vive in assenza di giudizio, svilupperà un maggiore senso critico ripulito di ricordi negativi. Ci si deve ricordare che gli studenti non sono tutti uguali e che quindi il metro di giudizio non può essere lo stesso per tutti, di fatto:

Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido”. (Albert Einstein)
Non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest’anno, l’abbiamo bollato per i prossimi anni”. (Alberto Manzi)

Premesso quanto sopra, nella pratica questa scuola “moderna” vive ancora sulle teorie comportamentiste di Watson del 1800, ovvero si guarda il comportamento manifesto, pretendendo di controllarlo attraverso il paradigma causa-effetto. Tale paradigma ha alla base l’esclusione dell’attività mentale del soggetto. Vale a dire, in caso di giudizio negativo il soggetto può sentirsi frustrato e personalmente attaccato, e di conseguenza può perdere l’interesse per il sapere in questione.

Diversamente in caso di giudizio positivo il soggetto è spinto a focalizzarsi sulla risposta richiesta, pertanto non viene stimolato ad un pensiero critico globale e alternativo/creativo e non lo si porta a sviluppare e/o potenziare quelle che possono essere peculiarità individuali.

E’ necessario specificare che i bambini avranno tempo di misurarsi con le loro frustrazioni da adulti. Ma le sapranno affrontare meglio se adeguatamente sostenuti da piccoli, certamente un adulto che si confronta con una società che pretende da lui, affronterà queste pretese in maniera più tranquilla, senza ansie e difficoltà. E chissà che non sia il punto di partenza per cambiare la superficialità e la frenesia dell’ansiogena società moderna.

Detto questo i nuovi interrogativi da porsi possono essere: come si può far scuola senza l’uso dei voti? I voti sono lo specchio del sapere di una persona?

È più che assodato che nella maggior parte dei casi si studia per avere il voto, salvo poi dimenticare tutto una volta ottenuto, di fatto l’apprendimento è principalmente spinta relazionale, in una parola motivazione. La spinta relazionale e la motivazione devono essere più forti rispetto a quella che fornisce il voto.

Lontano da ogni giudizio lo studente è motivato ad apprendere, poiché spinto da un amore profondo verso la cultura e verso il sapere, tenendo lontana quell’ansia di raggiungere un risultato a tutti i costi.

Riagganciandoci al tema principale, per ottenere l’attenzione dello studente, non è sufficiente motivarlo, serve anche incuriosirlo e di conseguenza consolidare il sapere, attraverso “l’esperienza del fare”. Ovvero accompagnarlo nel suo “ambiente”, proponendogli esperienze pratiche e gratificanti.

Maria Montessori sosteneva che: “l’adulto e il bambino devono impegnarsi nella costruzione del proprio carattere attraverso l’interazione del proprio ambiente”.

È risaputo che il metodo educativo Montessori illustra la libera attività all’interno di un “ambiente preparato”, tale ambiente si definisce come un ambiente educativo su misura per le caratteristiche specifiche dei bambini in età diverse.  La funzione dell’ambiente è quello di permettere al bambino di sviluppare l’autonomia in tutte le aree, in base alle proprie direttive evolutive interne. Serve libertà di azione, di sperimentare, di domandare e domandarsi, in un ambiente dove l’adulto crede nello studente e non lo giudica. Applicare tutto questo è molto complicato e utopico, quando si tiene un bambino seduto ad un banco per sei ore anche se pur col l’aiuto di ausili elettronici…

Secondo i dati OCSE l’Italia ha il peggior sistema scolastico d’Europa, mentre la Finlandia è il migliore. Una delle caratteristiche principali del sistema scolastico finlandese è l’assenza di valutazioni, selezioni o giudizi nei confronti degli studenti.

Tutto questo porta stupore e rammarico, contando che in Italia si sono messi da parte metodi educativi di grandi pensatori quali appunto: Maria Montessori, Alberto Manzi e don Lorenzo Milani, per citarne alcuni, metodi che all’estero attecchiscono e fanno gli altri sistemi scolastici migliori del nostro.

Detto questo si può tornare a rispondere ad una delle domande iniziali. Abbiamo bisogno di più tecnologia?

La risposta è no.

sistema formativo integrato

La scuola italiana ha bisogno di persone, docenti ben preparati e pronti a cambiare. Non solo, essa necessita, per poter migliorare, di una società pronta ad adeguarsi, in quello che il Prof. Franco Frabboni chiamava il “Sistema Formativo Integrato”. Ovvero un sistema di agenzie educative (famiglia, scuola, exstrascuola), che collaborano senza considerarsi centriche,  in cui non vi è invadenza nel campo dell’altro, ma perfetta sinergia.

In altre parole serve un buon tessuto sociale, serve l’umano, il docente, il genitore, l’educatore, figure in grado di mettersi in buona relazione con lo studente, senza spianargli la strada, ma favorendo una buona crescita attraverso il giusto sostegno, in assenza di giudizi e con la dovuta dose di autonomia, senza dimenticare che il tutto è subordinato ad un adeguato ripartimento delle risorse statali per tutte le agenzie educative e a chi vi lavora e opera.

L’idea è mastodontica, si tratterebbe di cambiare una società intera, è una piccola rivoluzione ma vale la pena tentare.

 


Autore articolo
Alessandro Marchi

Dott. Alessandro Marchi

Pedagogista

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