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Dopo 25 anni di insegnamento in scuole statali della mia provincia, mi sono ritrovata ad insegnare nella scuola Mario Lodi di Gerre de’ Caprioli.

Una scuola che da alcuni decenni segue gli insegnamenti del maestro di Drizzona, conosciuto anche al di fuori della provincia cremonese per essere il maestro della Costituzione spiegata ai bambini e della convinzione che i requisiti irrinunciabili per un insegnante altro non sono che “possedere un cuore, che è un motore potente. E poi attaccarsi al bambino, seguirlo con dedizione, riuscirne a scrutare i talenti nascosti.

Senza mai dimenticare che il compito delle scuola è trasformare un gregge passivo in un popolo di cittadini pensanti”.

Un’utopia? Un desiderio difficilmente realizzabile? Per la nostra scuola è un impegno quotidiano che negli anni si è concretizzato in scelte “rivoluzionarie”, scritte nel nostro piano dell’offerta formativa: “L’alfabeto del Bosco”.

Nella nostra scuola non si adottano libri di testi, tranne che per inglese; non ci sono prove di verifica e non si danno voti, ma si lavora molto sulla progressiva autovalutazione.

Le nostre aule sono spesso piccole, ma accoglienti: non abbiamo la LIM, non abbiamo armadi, ma solo librerie per la biblioteca di classe e soprattutto non abbiamo la CATTEDRA. Quest’ultima scelta, discende come le precedenti, dalla pedagogia del maestro Mario Lodi, il quale riteneva che la lezione frontale servisse a mantenere le distanze tra il docente ed i suoi alunni, inseriti in un rapporto di tipo gerarchico con l’insegnante nel ruolo di trasmettitore di conoscenze e gli scolari in una posizione passiva di “assorbimento”.

Come si lavora senza una cattedra? Inizialmente ero un po’ spaesata, mi mancava questo che è stato per 25 anni un punto di riferimento. Nelle nostre classi anche i banchi non sono disposti in maniera tradizionale, per file parallele a due a due, ma a ferro di cavallo o a spirale (dove le classi sono più piccoli o hanno un numero elevato di alunni) e questo costringe noi insegnanti a diventare itineranti e a cambiare spesso prospettiva.

Dopo alcune settimane di adattamento, adesso mi sono organizzata anche con tutto il materiale che devo portare da casa, visto che non abbiamo un armadio in ogni classe per depositarlo ma disponiamo di una ricca biblioteca magistrale. Sono strettamente a contatto con i miei alunni e, fisicamente, al loro livello, visto che sposto la mia sedia a seconda dell’argomento o delle necessità di intervento/affiancamento.

Ho perso qualche sicurezza, ma ho guadagnato in creatività e sono costantemente stimolata dalle domande dei miei alunni con i quali stiamo costruendo un percorso di insegnamento/apprendimento. Penso di essere diventata più flessibile nell’uso dei materiali e nella capacità di adattare il contenuto al loro interesse.

Mario Lodi raccontava che, nel suo primo giorno di scuola da maestro, a inizio anni Cinquanta, “Uno dei bambini si alzò e andò a guardare cosa succedeva sui tetti di fronte. A poco a poco anche gli altri fecero lo steso. E allora mi domandai: lasciar fare o reprimere? Così mi alzai, e insieme a loro mi misi a guardare il mondo dalla finestra.”

Sto imparando anch’io a guardare il mondo dalla finestra, insieme ai miei alunni.

Elena Spelta, insegnante

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