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Premetto per chiarezza, e non perché me ne faccia un punto di forza, che per carattere e formazione ho sempre vissuto l’essere un insegnante come una professione e non solo un “lavoro”. Chi mi conosce sa – pur con tutti i miei limiti – quanto sia “appassionato”; quando sono a scuola non aspetto il suono della campana e credo di vivere quello che viene definito il “ruolo diffuso” della nostra professione con grande trasporto. Ora però voglio condividere con voi la fatica e la profonda irritazione che mi sta dominando in questi giorni.

 

Se il PNSD mi ha trovato entusiasta, poiché si prospetta come una straordinaria opportunità per portare nuova linfa vitale ad una scuola che rischia di non saper più leggere il “segno dei tempi”, suscita invece il mio disappunto la sua applicazione.

animatori digitali

Ho la netta impressione che, ancora una volta, chi gestisce il tutto a livello centrale, tenda a giocare sul nostro entusiasmo e sulla nostra disponibilità, non riconoscendo però fino in fondo la nostra professionalità! Gli Animatori Digitali si sono ritrovati sul groppone un bel “carico da 90” e si vedono tirati per le maniche su più fronti: stesura dei progetti per i PON e finanziamenti affini (vedi Atelier Creativi), profluvio di proposte di formazione e/o concorsi e opportunità, magari anche interessanti, da vagliare, richieste di formazione da parte dei propri colleghi da soddisfare… Dopo anni di “vacanza formativa” sembra che ora, nel giro di qualche mese, dobbiamo diventare esperti e tuttologi (basti guardare le elencazioni degli argomenti proposti nei piani di formazione o il mansionario previsto per questa figura). Quello che esprimo, sia chiaro, non è un giudizio di valore circa la validità delle iniziative di formazione che sono partite –necessarie e fondamentali e spesso anche di grande qualità – ma, come ribadisco, una grande perplessità circa la macchina organizzativa.

 

Vale la pena ricordare a chi ha scritto il profilo dell’Animatore che rimaniamo prima di tutto insegnanti e il nostro mansionario è ben definito da un contratto di lavoro che, oltre alle ore frontali in classe, prevede sì la funzione docente che tuttavia non può comprendere incarichi e responsabilità di tale portata. Come inquadrare allora questa nuova figura? L’impressione è che questo piccolo particolare sia sfuggito ai nostri legislatori, o che sia stato lasciato alla libera iniziativa dei vari istituti in forza dell’autonomia scolastica.

 

Si legge così, tra i vari post, che c’è chi ha già avuto un semiesonero, chi ha ottenuto un compenso da Fondo di Istituto, chi si è visto attribuire i famosi 1000 euro (ma non dovevano “essere destinati a vincolati alle attività dei tre ambiti come coordinamento dell’animatore.” ? Cit. da PNSD) E poi c’è chi, temo la maggioranza, sta invece lavorando senza sapere minimamente cosa e quanto gli verrà riconosciuto.

 

Lo fa solo perché ci crede, perché sente e sa che può essere una grande opportunità per gli studenti e per il “mondo scuola” di domani, perché sente e vive una sorta di “imperativo pedagogico” (mi perdoni Kant!) che gli dice che in questo mondo che cambia a velocità esponenziale, non possiamo lasciar soli i nostri alunni nell’impossessarsi dei nuovi strumenti per la costruzione dei saperi.

 

È ammissibile che accada questo in un paese civile? È possibile basare un momento che potrebbe essere epocale, perché chiave di volta di un cambiamento sostanziale, sul volontariato e sulla disponibilità dei singoli? È plausibile che non ci siano chiare indicazioni ministeriali sulle modalità con cui riconoscere e retribuire questa nuova figura? Non si rischia che l’autonomia, in questa situazione, diventi sinonimo di disparità e disuguaglianza di cui non saranno solo gli animatori digitali a pagarne il prezzo, ma il corpo docente e gli studenti di un intero istituto? Un Animatore Digitale, messo in grado di assolvere ai propri compiti con un orario definito e un compenso soddisfacente, potrebbe forse offrire un servizio di maggior qualità ed incisività, rispetto a quello che deve ritagliarsi ore notte tempo, dopo aver prestato il suo orario frontale full time, aver corretto i compiti, predisposto il materiale per le lezioni?

 

Temo che se questa sarà la strada, non potrà che essere un grande FLOP all’italiana in cui, se qualcuno avrà da guadagnarci qualcosa, non saremo noi, né tanto meno i nostri alunni. Le rivoluzioni – quelle copernicane e non quelle delle barricate – quelle che cambiano le cose alla radice promuovendo valori nuovi, richiedono tempi distesi, saggezza organizzativa, impianti teorici solidi e largamente condivisi… Siamo davvero su questa strada? Dubito…

 

Scusate lo sfogo. Ora torno a lavorare: c’è da predisporre il materiale per la prossima lezione, finire di correggere alcune prove di verifica, fare le mie 5 ore di lezione, terminare di scrivere il progetto per gli atelier creativi, cominciare a pensare all’intervento che dovrò tenere come formatore tra qualche giorno… Nulla di strano, è vero: la maggioranza di chi mi sta leggendolo è nella mia stessa situazione. So che lo farò con entusiasmo e passione, non posso farne a meno… fondamentalmente fiducioso nel fatto che forse un domani mi sveglierò in un paese che riconosce il nostro lavoro non attraverso dei “premietti” – quelli non li si danno più nemmeno ai bambini! – ma con una retribuzione equa e commisurata al nostro ruolo nella società civile e alle responsabilità che quotidianamente ci addossiamo.

 

Che fare il maestro elementare mi abbia indotto a credere nelle favole?

 


Autore articolo
Stefano Bertora

Stefano Bertora

Insegnante

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2 Commenti

  1. Ho avuto il piacere di sentirti oggi a Brescia, dove il tuo intervento ha suscitato un grande applauso finale.
    Non potrei essere più d’accordo!

  2. Qui in Provincia di Trento la situazione é un pò diversa!
    Comunque sono d’accordo con le tue interessanti osservazioni.

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