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Una cosa che noi docenti dovremmo tenere presente è il valore e l’importanza dei rapporti umani, delle relazioni. Credo che non ci possa essere un apprendimento significativo senza delle relazioni significative.

E l’apprendimento consiste infatti nella comprensione delle relazioni. Chi di voi, nel suo percorso di vita, non ha subito l’influenza di un docente o di un adulto?

Durante i miei anni di insegnamento ho conosciuto tanti colleghi. Ho guardato i migliori: carismatici, didatticamente affascinanti, gli insegnanti che tutti gli studenti vorrebbero almeno una volta nella vita incontrare e ho pensato: “Ecco, io voglio essere così” e da loro ho appreso tanto, poi ne ho incontrato altri un po’ meno “bravi”, di quelli che insegnano per ripiego e anche da questi ultimi ho appreso tanto, ho imparato come non avrei voluto mai voluto essere.

Ricordo che un giorno una collega mi disse: “Per quello che mi pagano devo pure farmi piacere gli alunni? Anzi, per quello che mi danno faccio già abbastanza. Mi pagano per impartire una disciplina ed è quello che faccio. La mattina entro in classe, spiego, loro imparano, verifico, tutto qui. Mi pagano per questo, no?

Sì è vero, non ci pagano abbastanza, la nostra retribuzione dovrebbe essere pari al lavoro che facciamo e alla responsabilità che abbiamo, ma stiamo pur certi che gli alunni non imparano da persone che a loro non piacciono e ho pensato che non avrei mai voluto essere di certo quel tipo di insegnante.

Sappiamo bene che non tutti gli alunni ci piacciono, soprattutto non ci piacciono quelli “difficili” e potete stare ben certi che proprio questi alunni non si assenteranno mai.

Ma anche se non ci piacciono tutti, la cosa più importante è che non devono mai saperlo. Noi docenti siamo un po’ come dei grandi attori o impariamo ad esserlo sul campo. Veniamo a lavorare quando non ce la sentiamo e insegniamo comunque. Perché questa è la nostra professione. E’ un lavoro duro, ma non impossibile e possiamo farcela.

Penso che la capacità di costruire relazioni o ce l’hai o non ce l’hai, ma è importante mettere in atto alcune piccole cose, come “cercare di capire” ancor prima di volere essere capiti.

Queste sono le competenze sociali che gli alunni cercano nei loro insegnanti e che ogni insegnante dovrebbe possedere. Mi è capitato spesso di avere alunni così indisciplinati e carenti che mi veniva da piangere e mi sono chiesta come avrei potuto fare a portare avanti situazioni del genere. Mi sono chiesta come aumentare contemporaneamente l’autostima di un bambino e i suoi risultati scolastici.

Due anni fa ad inizio anno scolastico, in una prima elementare, furono inseriti dei bambini che già dai primi giorni di scuola mostravano atteggiamenti irrequieti e di disturbo. Ogni attività sembrava loro non interessare, ed era un problema. Erano gli unici che non erano riusciti a memorizzare le vocali. Una mattina arrivai in classe con un sacchetto.

Senza dire nulla mi alzai e andai in fondo alla classe e, dopo avere spostato banchi e sedie, tirai fuori dal sacchetto cinque pacchetti di nastro adesivo colorato e un paio di forbici. Tutti si alzarono e vennero intorno a me incuriositi. Uno degli alunni di cui parlavo prima mi chiese cosa avremmo fatto con quelle cose che avevo in mano, non risposi e li spronai ad indovinare quello che avremmo fatto.

Disegnai sul pavimento le vocali, in disordine, usando per ogni vocale un nastro adesivo di colore diverso e poi chiesi loro cosa pensavano avremmo fatto. Beh, uno di loro, proprio il più “disturbatore” di tutti mi disse: ”Adesso maestra, noi ci dobbiamo saltare sopra!” In effetti, aveva indovinato.

Così uno per volta i bambini saltarono sulle vocali man mano che le nominavo e poi a turno furono loro ad indicare le vocali ai compagni. Alla fine tutti ebbero memorizzato le vocali riconoscendo parole che cominciavano con le vocali sentite.

L’obiettivo era stato raggiunto alla grande!

Molto spesso mi sono sentita dire, persino dagli stessi genitori, frasi del tipo: ”Maestra, mio figlio… “unn’è cosa”, veda lei… io glielo sto dicendo…”. E quindi immaginate il mio stato di agitazione con questi presupposti!

E invece? La cosa più bella e sorprendente? Quando gli stessi genitori dopo un po’ di tempo tornano e ti chiedono stupiti: “Maestra io vorrei sapere cosa è successo. Non so, è successo qualcosa in classe? Perché sa mio figlio, io, non lo riconosco più. E’ cambiato, è felice di andare a scuola la mattina e di svegliarsi per farlo. Non so che dire, ma cosa ha fatto? Le dico solo grazie”.

Io naturalmente non ho fatto nulla di particolare e queste frasi spesso mi spiazzano e quindi rispondo semplicemente che ho solo dato fiducia al bambino. Perché è la fiducia che i nostri alunni hanno bisogno di avere. Abbiamo solo costruito dei solidi legami.

Come diceva Don Milani: “Se si perde loro, gli ultimi, la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati.”

Questa è una frase che ho sempre cercato di tenere presente nella mia mente durante il mio percorso come docente. Sappiamo infatti che l’obiettivo primario è quello di avere una scuola che valorizzi tutti gli studenti e la motivazione gioca un ruolo fondamentale nell’apprendimento, soprattutto di questi alunni che non hanno nessuno alle spalle.

motivazione

Sostiene il filosofo U. Galimberti: “Bisognerebbe che i professori, oltre a sapere la loro materia, fossero anche in grado di comunicarla e di affascinare. Perché l’apprendimento, lo dice Platone, avviene per via erotica. Noi stessi abbiamo studiato volentieri le materie dei professori di cui eravamo innamorati e abbiamo tralasciato quelli di cui non avevamo alcun interesse. A scuola è importante saper appassionare perché gli adolescenti vivono l’età per cui l’unica cosa che conta è l’amore, e se gli adolescenti si occupano dell’amore bisogna andare là a cercarli. Attirarli a livello emotivo significa trovare la breccia per passare poi al livello intellettuale. Se invece si scarta la dimensione emotiva, sentimentale, affettiva allora non si arriva neppure alle loro teste”.

Ma per riuscire a motivare, un insegnante deve innanzitutto motivare se stesso e una persona può motivare se stesso e gli altri solo se è convinto delle proprie opinioni e ha sufficiente entusiasmo contagioso, poiché è impossibile incendiare alcunché senza una scintilla; inoltre la credibilità rende più facile motivare.

Un insegnante non può artificialmente forgiare la propria credibilità, deve credere in ciò che dice, oltre che credere nelle capacità dei propri alunni.

Sostenere la motivazione degli alunni è un compito educativo e psicologico molto impegnativo e per arrivare alla testa dei ragazzi bisogna prima conquistare il loro cuore.

MA ESISTONO STRATEGIE CHE POSSONO AIUTARCI A MOTIVARE GLI ALUNNI?

Certo che sì:
– Collegare il linguaggio da usare con situazioni e sensazioni piacevoli (es. amicizia, musica, cinema, cartoni ecc)
– Ricompensare gli alunni (in maniera simbolica o reale)
– Farli lavorare insieme con altri e scambiare con loro impressioni sul processo di apprendimento (successi, preoccupazioni, problemi)
– Essere consapevoli che ci sono limiti nell’espressione di ciascuno in maniera fluente e coerente
– Accettare che gli errori sono una parte naturale del processo di apprendimento e possono essere utili.

L’insegnante deve sempre fare del suo meglio per motivare gli studenti. Divertirsi con la materia da studiare nella maggior parte dei casi gioca il ruolo più importante per gli alunni.

In definitiva, ogni lezione è una scommessa e la maggior parte delle volte vi sono associate delle difficoltà. Quindi l’insegnante deve sempre essere preparato a utilizzare una serie di metodologie per la lezione, inclusi i media, i giochi e le drammatizzazioni e costantemente avere l’obiettivo di un contesto di apprendimento sereno e divertente.

Ricordate che la memoria è negli occhi e molto spesso la lezione frontale non riesce a catturare e motivare tutti gli alunni. Ci sono quelli che hanno bisogno di sperimentare l’apprendimento in modo diverso e uno di questi modi può essere appunto il gioco.

Nessun apprendimento avviene se l’alunno non è motivato, se non ha autostima e fiducia in se stesso. Possiamo fare ore e ore di lezione, ma se non siamo riusciti a motivare tutti gli alunni nemmeno per cinque minuti, non siamo riusciti a fare nulla. Con l’approccio ludico i bambini sperimentano ciò che imparano in maniera giocosa e gioiosa attraverso proposte didattiche motivanti, adatte allo sviluppo cognitivo di ciascuno, e vengono coinvolti dal punto di vista affettivo, cognitivo e sociale.

Ricordiamoci infatti che il gioco riveste un ruolo fondamentale nello sviluppo del bambino e gli offre la possibilità di esercitare un ampio spettro di abilità in modo quasi del tutto inconsapevole.

Teniamo presente che il gioco non è una perdita di tempo se non è fine a se stesso e spetta al docente mediare affinché le attività siano finalizzate al raggiungimento di un obiettivo.

Certo, quando dobbiamo utilizzare un gioco, dobbiamo uscire un po’ dagli schemi, “perdere” un po’ di tempo per prepararci la lezione, ma il risultato è garantito. Affermava Maria Montessori: “Per insegnare bisogna emozionare. Molti però pensano ancora che se ti diverti non impari!”

Uno dei giochi che ho usato nella mia classe per accrescere l’autostima dei miei alunni è il gioco dell’ipnosi colombiana.

E’ un gioco senza l’utilizzo di giochi con il quale i bambini, ma anche i ragazzi più grandi, possono ridere e scherzare anche su se stessi perché è un gioco molto allegro. Aiuta la socializzazione e l’inclusione, perché la vera inclusione si ottiene quando tutti fanno parte del gruppo, nessuno escluso.

In che consiste? E’ un gioco a coppie. Uno fa l’ipnotizzatore e l’altro l’ipnotizzato. L’ipnotizzatore tiene la propria mano aperta davanti al volto dell’altro e, come se scattasse una molla magnetica, la mano accompagna il volto attraverso lo spazio, muovendosi. E’utile perché aiuta a tenere l’attenzione sull’altro, immedesimandosi nell’altro corpo.

Quando i giochi riguardano il corpo secondo me dovrebbero essere obbligatori fino alla maturità, se poi aiutano a rendere più acuto lo sguardo sugli altri, l’obiettivo è centrato. Anche i bambini più timidi apprezzeranno.

Io l’ho proposto diverse volte e credetemi se vi dico che proprio gli alunni “più irrequieti” sono stati i più bravi nel svolgimento del gioco. Un suggerimento è quello di formare le coppie tra alunni che magari non vanno d’accordo, in modo da creare la socializzazione che manca.

Gioco ipnosi colombiana (1)
Gioco ipnosi colombiana (2)

Altro gioco è quello dello specchio.

Anche questo adatto a tutte le età. Si è messi a coppie uno di fronte all’altro. Uno è lo specchio e l’altro è colui che si specchia. Usando il viso e poi successivamente tutto il corpo, cerchiamo di eseguire varie espressioni e movimenti del corpo che devono essere imitati.

I gesti sono concreti e si riferiscono ad azioni quotidiane. Attraverso questo gioco il bambino impara a conoscere se stesso attraverso gli altri, impara il rispetto degli altri, impara che se non si seguono le regole non ci si diverte (se i movimenti sono troppo veloci, il compagno non può copiare), grazie al rapporto di coppia, l’importanza del lavoro di squadra. Imparano quanto è difficile lavorare se non c’è attenzione.

Ma esistono tanti giochi che possono essere usati nella prassi didattica quotidiana. Sono giochi che ho sperimentato direttamente con i miei alunni e poi ho proposto in due corsi di formazione che ho condotto a docenti di scuola dell’Infanzia, primaria e secondaria di primo grado.

Gli stessi docenti hanno “giocato” e si sono divertiti, instaurando rapporti di condivisione e collaborazione. E se ci siamo riusciti noi, che a volte siamo restii e titubanti, figuriamoci gli alunni, bambini in primis, che sono sempre ben disposti a queste cose.

Gioco dello specchio

Un altro gioco che può coinvolgere più gruppi di alunni contemporaneamente, anche di classi diverse, è “Ti regalo una poesia”.

Può essere svolto a scuola, ma anche per strada, con il coinvolgimento dei passanti. Ad ogni alunno viene distribuito un cartoncino sul quale è scritto solo il nome dell’autore della poesia che ha scelto. Gli alunni si aggirano per la classe, per la scuola o per la strada, con il proprio cartoncino al collo che mostra il nome del poeta scelto e “regalano” ai passanti un minuto di bellezza e di autentico incontro recitando le poesie a tu per tu.

Gioco ti regalo una poesia (1)
Gioco ti regalo una poesia (2)
Gioco ti regalo una poesia (3)

Un’altra strategia didattica capace di catturare l’attenzione e riuscire a motivare gli alunni è la drammatizzazione.

“Drammatizzare” non significa soltanto imitare, è molto di più; significa rivivere il modello liberamente scelto, e indirettamente proposto, e riplasmarlo secondo le proprie energie psichiche.

Con la recitazione, idee e fatti diventano vivi, in quanto la drammatizzazione a scuola, libera dagli schemi e promuove l’integrazione e la partecipazione. L’apprendimento passa attraverso la motivazione ad agire, l’attivazione della responsabilità, l’attivazione della comunicazione e la rappresentazione dell’apprendimento e del sapere.

Agli studenti è chiesto di riflettere, si suscitano sentimenti e questo lascia un’impressione durevole in tutti i partecipanti; in questo modo molti dettagli possono essere ricordati. Gli alunni sono in grado di sviluppare le proprie idee e questo porta ad alta motivazione e cooperazione.

Per quanto riguarda gli alunni che visualizzano meglio o che amano maggiormente il movimento, la recitazione è una buona occasione per rendere il materiale didattico accessibile in un modo interessante.

E’ ormai riconosciuto che, attraverso la drammatizzazione vengono potenziate le capacità verbali e mimico-gestuali, quelle mnemoniche, creative e “prestazionali” dell’individuo.

Attraverso l’attività teatrale, si superano impacci, blocchi emotivi, s’impara a socializzare e a cooperare, secondo obiettivi condivisi, che pongono al primo posto la coralità. Il teatro nella scuola può significare anche “autorivelazione”, ovvero momento in cui ciascuno scopre le proprie potenzialità nascoste; l’attività scenica diviene pertanto la chiave per superare il disagio che talvolta affligge alcuni alunni; succede insomma che le discipline curricolari non vengono più vissute come fredde e nozionistiche astrazioni, ma diventano suono, parola, gesto, vita concreta ed assumono infine il gusto, un po’ perduto dell’affabulazione.

Gioco di drammatizzazione (1)
Gioco di drammatizzazione (2)
Gioco di drammatizzazione (3)

E’ la curiosità che aiuta a tenere viva la motivazione. Ed è grandioso e soprattutto divertente per gli alunni “torchiare” l’insegnante. Un gioco molto utile e che piace molto agli alunni è: “Testiamo l’insegnante”

In cosa consiste?

Vengono sparse in giro per la classe, con o senza testo, varie fonti di informazione come ad esempio oggetti, foto, grafici, schizzi, poster, mappe.

Le coppie di alunni si muovono in giro per la classe, da una fonte all’altra, e per ciascuna scrivono una domanda che viene loro in mente, collegata all’argomento che deve essere trattato.

Le domande sono scritte da ciascuna coppia di studenti su un pezzo di carta, anche su uno schema preparato in precedenza dall’insegnante.

Le coppie si muovono abbastanza liberamente da una fonte di informazione all’altra, evitando caos, rimanendovi per il tempo necessario, ma senza dimenticare il limite di tempo assegnato loro per la raccolta delle domande.

Ciascuna coppia deve essere d’accordo sulle domande più rilevanti che vengono in mente per ciascuna particolare fonte di informazione, scrivendole.

Quando il tempo limite è scaduto, gli alunni si siedono in cerchio. Sulla base delle domande individuate e consegnate all’insegnante, questi tiene una conversazione sulle singole fonti di informazione che sono state rese disponibili. E’ opportuno focalizzare sulle domande principali, anche se è altresì importante fare un commento e una valutazione veloce su tutte le altre. La lezione viene sviluppata sulla base di questo lavoro.

Uno degli alunni scrive le risposte da condividere successivamente oppure, al termine della lezione, l’insegnante consegna agli studenti le copie di una scheda sull’argomento trattato .

Lo scopo dell’esercizio è quello di indurre gli alunni a far domande ed essere curiosi per portarli ad una maggiore motivazione, in quanto gli alunni normalmente ricordano meglio ciò che loro stessi hanno chiesto. Coloro che sono tendenzialmente più cinestetici sono lasciati liberi di girare per la classe.

Infine, gli alunni sono messi in grado di sviluppare una competenza importante: formulare domande appropriate.

Battere l’insegnante e il sogno diventa realtà

L’insegnante comincia a spiegare agli studenti una certa procedura, leggendo un testo, scrivendo alcune frasi alla lavagna, presentando alcune attività risolvendo equazioni o formule, disegnando tabelle o schemi. Nel fare questo sicuramente commetterà alcuni errori!

Ogni alunno deve trovare il maggior numero possibile di errori nelle cose fatte dall’insegnante e scriverle.

Quando l’insegnante ha terminato, gli alunni formano delle coppie e comparano le liste di errori preparate, creandone una comune. Ciascuna coppia evidenzia un errore; l’insegnante spiega eventuali incertezze.

Al termine, gli alunni, ai quali è richiesta particolare attenzione, prendono nota di tutte le correzioni.

L’esercizio conferma la comprensione, poiché l’alunno deve continuamente comparare ciò che pensa e conosce con ciò che l’insegnante dice o fa.

E’ abbastanza inusuale che l’alunno debba battere l’insegnante e ciò motiva sia gli studenti che gli insegnanti stessi e porta ad una relazione amichevole tra alunni e insegnante.

Dopo aver svolto questo esercizio, gli alunni spesso si dimostrano di umore buono e motivato, che permette loro un’ottima partecipazione alla fase di valutazione.

E allora, perché non usare il gioco per mantenere alta l’attenzione dei bambini e non cadere nella monotonia? Ricordiamoci dell’importanza emotiva nello sviluppo delle competenze, perché…

imparare ridendo senza rendersene conto è meglio.

 


Autore articolo
Zina Cipriano

Zina Cipriano

Insegnante

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