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E’ una storia vecchia, quella che i ragazzi vadano a scuola soltanto per scaldare la sedia. E’ un vecchio adagio che generazioni di professori cantano a generazioni di studenti e che si associa all’altro vecchio tormentone dell’obbligo del “fucile spianato” o della funzione repressiva dell’insegnamento.

Non mi era mai capitato però, come mi è successo parecchi anni fa, che un ragazzo mi consegnasse una storia, scritta da lui, intitolata Scaldare la sedia, in cui egli illustrava tutti i metodi con cui la superficie di una sedia poteva essere concretamente alzata di temperatura.

Era la risposta ad una esercitazione di fine anno che avevo proposto io e che si intitolava “A cosa serve la scuola”.

Molti avevano buttato giù solo poche righe, con poca voglia, altri invece da aspiranti ministri dell’Istruzione avevano infarcito i loro testi di “eccellenza”, “rendimento”, “standard”.

E poi c’era lui, Luca, che aveva scritto una sorta di poema in prosa su come si potevano scaldare le sedie.

sedia

Quando io entro in classe, lo scenario che mi trovo di fronte è pressoché sempre lo stesso: ragazzi che si esprimono con balbettii incomprensibili, incapaci di fare un discorso e di seguire con attenzione la lezione, sguardi che mi seguono con gli occhi e aspettano di vedere che cosa avrò da dire…

Di solito l’atteggiamento si divide tra la curiosità e un certo scoraggiamento. Molto spesso, in alcuni periodi dell’anno (per le vacanze natalizie o quelle pasquali, alla fine del primo quadrimestre o durante i giorni di fermo scolastico, nonostante io insegni loro matematica e scienze) li invito a scrivere una storia, a riflettere su un argomento ed esprimere così il loro pensiero, come se fosse proprio un gesto liberatorio.

I ragazzi ci provano: alcuni riescono bene, altri non se la sentono, spesso mi restituiscono un foglio con sopra scritto il nome e null’altro oppure un semplice disegno più o meno pertinente con l’esercizio che gli avevo affidato.

Quando ho letto il testo di Luca mi sono chiesta se farlo leggere ai colleghi o tenerlo per me. Scaldare la sedia. Purtroppo l’ho perso durante un trasloco, e quindi tento in questo scritto di ricostruirlo a memoria.

Come si scalda una sedia?, si chiedeva.

E rispondeva con un testo che era una lettera ad un’ipotetica “Prof”.

Una sedia, Prof, si scalda in molti modi. Una sedia si scalda mettendoci sopra qualcosa di caldo. Una sedia si scalda mettendola vicino al termosifone. O vicina al camino, ma facendo attenzione che non prenda fuoco. Una sedia si scalda mettendola vicina ad un’altra sedia, perché da sola la sedia sente freddo. Una sedia si scalda ballandoci sopra con i piedi. Una sedia si scalda mettendola sotto una coperta.

Poi questo elenco paradossale si interrompeva ed il testo riprendeva in maniera discorsiva in forma di lettera… Sa come si scalda una sedia, Prof? Chiedendoci come si scalda… si scalda andando a vedere se è fredda.

L’elenco era molto più lungo di questo, ed alcuni passaggi erano troppo contorti per arrivare ad essere un pensiero. Però ricordo bene la conclusione…

Luca si congedava con un affondo. Chiudeva il suo testo con una domanda che era una specie di lapidazione: “Prof, ma piuttosto: lo sa come si scalda la sua sedia? Se lo è mai chiesto?”.

Ai ragazzi faccio sempre leggere i loro testi a voce alta. Mi piace che sentano il suono delle parole che avevano dentro. Quando Luca ha finito di leggere hanno bussato alla porta. Era la collega di latino che voleva prendersi il registro. C’è stato un momento di silenzio, e poi una risata liberatoria. Le ho detto che stavamo leggendo un testo divertente su come si scalda una sedia.

Lei, prevedibilmente, con malcelata ironia, ha risposto: “Eh. Loro lo sanno benissimo. Glielo chieda!”. Poi ha preso il registro, ha salutato, ed è andata via.

Tornando verso casa pensavo a quella domanda: “Sa come si scalda una sedia, Prof? Si scalda andando a vedere se è fredda”. E ancora: “chiedendoci come si scalda”. Mi avevano gelato la schiena.

Alzarsi, fare il giro intorno alla cattedra, toccare un pezzo di legno, sentirne la temperatura, decidere che fare per eventualmente modificarla.

Così si deve cominciare a scaldare la sedia. E mi è venuto in mente Cuore di tenebra di Joseph Conrad, che era in fondo la storia di un ragazzo come erano ragazzi gli studenti della mia classe. Solo che al ragazzo protagonista del racconto di Conrad un giorno succedeva una cosa: gli affidavano il comando di una nave. Chi affiderebbe oggi il comando della nave ad un ragazzo? Chi gli affiderebbe anche solo una sedia perché la scaldi?

Basterebbe concentrarsi sugli occhi: che occhi ha un ragazzo quando gli si consegna il comando, quando gli si affida una responsabilità? Sono occhi, ed è un corpo, che di colpo diventa più largo perché scopre la forza che può sprigionare, la capacità di modificare un contesto, di dare forma a qualcosa che prima era un misto di paure e di caos.

Per questo, è fondamentale che la scuola affidi una nave ad un ragazzo: perché di colpo quel ragazzo potrebbe sentire, anche soltanto per un attimo, la possibilità di cambiare rotta rispetto a quella che la vita, la famiglia, il contesto, gli hanno consegnato. Quale nave diamo loro da condurre in porto, mi chiedevo? Cosa affidiamo loro di importante? E ancora più a monte: chi affiderebbe una nave ad un insegnante? Chi consegnerebbe loro la scialuppa con sopra i nostri ragazzi? Pochi. E questo è il segno di una sconfitta che fa più danni di una guerra.

Ho capito solo in seguito con l’esperienza come si scalda la sedia del Prof: l’insegnante fa lezione insieme ai ragazzi, li interpella, li invita a contraddire e a criticare, a spiegare. La lezione è un continuo alzarsi di mani, un incalzare di precisazioni, richieste di chiarimenti. I ragazzi lo fanno d’istinto, e quell’intervenire continuo contribuisce concretamente al voto finale. Mi sono detta, sorridendo tra me e me, che le sedie dei ragazzi e quelle dei professori, in questo modo, avevano la stessa temperatura.

Insegnanti e studenti insieme, dialoganti. Una dialettica continua, un parlarsi ogni volta guardandosi in faccia, studenti con studenti, studenti con professori. Una volta la scuola funzionava così: l’insegnante insegnava e gli studenti scaldavano la sedia… poi qualcosa è cambiato nel corso dei tempi e si doveva cominciare dalla scuola. Dai bambini, perché solo loro avrebbero potuto crescere con nuove abitudini, soppiantare le vecchie e diffonderne altre.

Affidiamo loro una nave, a ciascuno la propria. Il primo comando. Perché non si ripeta mai più la situazione che troppo spesso si incontra nelle nostre scuole: che uno solo “parli” e tutti gli altri eseguono gli ordini.

 


Autore articolo
Simona Torre

Simona Torre

Insegnante

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