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L’estate scorsa mi sono trovata a gestire nove bambini di età compresa tra i 3 e i 5 anni, durante il mini-Grest, che si tenne in una delle tante scuole della mia città.

 

Noi (io e i miei bimbi), eravamo stati sistemati in un’ala della scuola più tranquilla, dato che contemporaneamente si svolgevano anche le attività piuttosto rumorose del Grest dei bambini più grandi, per evitare troppo caos.

 

Devo dire che è stata un’esperienza bellissima, gratificante. Questi bambini mi hanno insegnato davvero molto soprattutto sulle emozioni.

 

Nella nostra aula, sistemavo le sedie a semicerchio e attendevo l’arrivo dei piccoli, anche se molte volte ci sedevamo a terra, sempre a semicerchio. Ogni giorno lo iniziavamo con l’ora dell’Ascolto. Prima cantavamo Sulle Ali del Mondo, e poi iniziava il momento del raccontarsi. Dialogando, raccontandoci gli eventi della giornata precedente, loro si raccontavano, ma volevano che anche che io mi raccontassi.

 

E ogni giorno iniziava così, raccontadoci non solo gli eventi, ma anche le nostre emozioni.

 

Ero partita dall’idea che volevo provare con i bambini un piccolo “esperimento” sulle loro emozioni, sulla possibilità/capacità da parte loro, seppur tanto piccoli, di potersi esprimere, di potersi raccontare, di poterle riconoscere.

 

IL PRIMO GIORNO

 

Il primo giorno dell’esperimento, avevo cominciato mostrando loro delle faccine disegnate (ognuna rappresentava un’emozione – gioia, tristezza, rabbia, disgusto, paura, sorpresa, noia) chiedendo loro se le riconoscevano. Ovviamente i bambini avevano riconosciuto quasi tutte le emozioni (tranne la noia). E ogni giorno ci eravamo soffermati su ciascuna di esse per “discuterne”.

 

Così, quando mostrai loro la faccina della rabbia, chiesi quando si sentivano arrabbiati, il perché e se a volte i grandi si arrabbiavano con loro. All’inizio era un insieme di vocine infantili che si esprimevano all’unisono. Incuriositi ed entusiasti, ma anche desiderosi di manifestare le loro emozioni, di raccontarsi, ciascun bambino era stato in grado di rivelare pezzi di sé, dei propri vissuti, degli eventi della loro vita.

 

Un poco alla volta cercai di spiegare loro che era meglio se parlavamo uno per volta, in modo che gli altri potessero sentirci e ascoltarci.

 

Nel giro di pochi giorni i bambini capirono che ognuno poteva esprimersi liberamente, e ognuno aveva il suo momento per raccontarsi. E anche io venivo coinvolta nel raccontarmi a loro. Mi chiedevano delle mie emozioni e sorridevano o cambiavano espressione in base alle cose che ci raccontavamo. Era un gioco per loro perché si divertivano, un gioco che permetteva loro di esprimere le proprie emozioni e di diventarne consapevoli, di capire che ogni essere umano, (compreso gli animali, mi disse una bimba di 4 anni) provava rabbia, gioia, tristezza, disgusto, ecc.

 

Il mio piccolo esperimento riuscì, poiché i bambini iniziarono a fidarsi di me, ma anche di loro stessi, iniziarono ad ascoltarsi tra di loro, a mettersi in ascolto di se stessi e delle loro emozioni. Non solo, capii quanto loro sentissero il bisogno di raccontarsi, e di essere ascoltati.

 

Mi chiedo effettivamente – quanto noi adulti ascoltiamo i bambini? Un bambino ha sempre da raccontarci qualcosa, attraverso i disegni, i giochi, gli sguardi. E noi, riusciamo veramente a stare attenti ai tanti messaggi che ci inviano attraverso la comunicazione soprattutto non-verbale? Ascoltiamo le emozioni che ci trasmettono?

 

Questo mi ha portata a riflettere su quanto noi adulti dobbiamo essere “vicini” ai nostri bambini, su quanto è importante ascoltarli, trasmettere loro o insegnargli a vivere le emozioni che provano, ascoltandole, esprimendole, diventandone consapevoli.

 

PER ESSERE MIGLIORI, LA CULTURA DA SOLA NON BASTA

 

la cultura da sola non basta

 

Sento spesso dire che la cultura fa diventare gli esseri umani migliori. Ci terrei a precisare che la cultura da sola, intesa come trasmissione di conoscenze matematiche, scientifiche, linguistiche, ecc, da sola non basta perché si diventi migliori.

 

L’istruzione aiuta un bambino e un adolescente a comprendere come funzionano certe cose nel mondo, a capire l’evoluzione degli eventi storici. L’istruzione aiuta le bambine del terzo mondo a diventare più libere e a combattere per la loro libertà e dignità in quanto donne. Una bambina che può accedere ai libri ha più possibilità di affrancarsi dalla condizione di inferiorità nella quale spesso è relegata.

 

Ma gli eventi tragici che attraversano le varie epoche della storia dell’uomo, e soprattutto la nostra epoca (un’epoca in cui almeno in occidente chiunque può accedere ad un’istruzione di base) ci insegnano che l’istruzione da sola non basta a salvare il mondo e tanto meno a far diventare migliori gli uomini.

 

Molte guerre sono decise da uomini acculturati, molte tragedie umane sono provocate da uomini istruiti. Questo mi porta a pensare che la cultura da sola non basta, che manca qualcosa di veramente importante alla dimensione dell’istruzione. Manca un’educazione ai valori, ma prima ancora, manca l’educazione alle emozioni, al sentire le proprie ed altrui emozioni, al viverle nel rispetto di se e dell’altro da se.

 

L’IMPORTANZA DELL’INTELLIGENZA EMOTIVA

 

Le menti dei bambini non sono dei contenitori da riempire di nozioni, i bambini sono fatti di anima, di spirito, di mente. L’intelligenza dei bambini non è limitata al saper leggere, scrivere o al sapersi destreggiare con la tecnologia. Tanti genitori vanno fieri dei loro figli quando li vedono a pochi anni di vita prendere in mano un iphone o un tablet e li accendono come se fosse la cosa più facile del mondo. E dicono quanto siano intelligenti i loro figli solo perché sanno utilizzare con facilità la tecnologia.

 

In realtà manca all’appello nella percezione di molti genitori ed educatori/insegnanti e di molti adulti il concetto di intelligenza emotiva. Un’intelligenza che ha a che fare con le emozioni, con il saper stare in questo mondo con umanità, con autenticità, con il rispetto di se e degli altri e non con semplici nozioni culturali. La capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni, è questo che viene a mancare non solo ai bambini, agli adolescenti, ma anche agli adulti.

 

Oggi, si vive nell’epoca in cui i bambini non desiderano più perché viene dato loro senza che chiedano, senza che desiderino. Il tutto e subito. Il desiderio è morto e con esso la capacità di sognare, di progettare, di fare un qualcosa in funzione di… il desiderio fa emozionare. Ma i bambini non riescono più ad emozionarsi per le cose più vere.

 

Le emozioni vengono soppiantate dal materialismo e dall’edonismo, da questa tecnologia che non lascia più spazio all’immaginazione. La tecnologia sta diventando la babysitter dei nostri bambini.

 

Bambini sempre più isolati, chiusi in se stessi; bambini che scelgono come relazione il tu per tu con i tablet, i pc, i videogames; bambini che hanno difficoltà a relazionarsi con altri essere umani, con i compagni di classe, che non riescono a guardare un altro da se negli occhi. Bambini che vengono mandati a scuola con gli smart phone e che durante la ricreazione preferiscono questi aggeggi, piuttosto che i compagni in carne ed ossa.

 

Mi viene da pensare che in ogni scuola, a partire proprio dalla scuole materne, sarebbe bello dedicare almeno un’oretta all’educazione alle emozioni, al saper stare insieme agli altri, al saper ascoltare ed ascoltarsi e raccontarsi. L’educazione alle emozioni, ai sentimenti è la via che porta all’educazione ai valori.

 

Valori universali come il diritto alla vita, all’amore, al rispetto, alla protezione, al cibo per tutti, alla pace, alla solidarietà, ad una vita dignitosa, si apprendono e si imparano a viverli solo attraverso un’educazione alle emozioni.

 

Purtroppo manca ancora nelle scuole questo tipo di educazione, perché sembra che conti di più portare a termine i curricoli didattici; manca nelle famiglie, troppo prese dalla frettolosità della vita, sempre meno attente ai figli. E noto con un certo rammarico che sono frequenti progetti di educazione alle scienze, all’apprendimento di lingue, di matematica, ecc.

 

Persino nelle librerie, oggi vengono portati avanti laboratori di inglese, matematica. Ma non esistono laboratori sulle emozioni. Dobbiamo veramente fare qualcosa, a cominciare da noi genitori, insegnanti, educatori, pedagogisti. Noi che lavoriamo con i bambini.

 

Si dovrebbe ritornare a questa educazione autentica legata alle emozioni, perché le anime degli esseri umani contengono in se il germe del bene e del male, e solo attraverso un’educazione completa, sviluppando l’intelligenza emotiva, si possono guidare questi bambini e ragazzi verso scelte consapevoli e responsabili, accrescendo il germe del bene, piuttosto che quello del male. Il male nel mondo nasce dall’assenza di valori, da emozioni rimaste inespresse. Il bene può nascere quando i valori più autentici vengono trasmessi attraverso l’educazione alle emozioni.

 

Credo che in tutte le scuole si dovrebbero realizzare veri e propri laboratori e progetti di educazione alle emozioni, ai sentimenti, ai valori.

 


Autore articolo
Adriana Furci

Adriana Furci

Educatrice

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3 Commenti

  1. bellissimo articolo nel quale ritrovo il percorso che cerchiamo di fare ogni giorno con la mia collega di sezione. Ogni giorno è una corsa contro il tempo e spesso dimentichiamo la cosa più importante: fermarci ad ascoltare i nostri bambini.
    Non è tempo perso ma tempo che ci fa riflettere e magari rivedere quella programmazione che sembrava scontata ma che così non è. Il percorso che stiamo affrontando ora è: “IO…IO…IO…E GLI ALTRI?” Tema che tocca la solidarietà, il rispetto, la tolleranza e l’inclusione.

  2. Articolo stupendo! È racchiuso all’ interno tutto ciò che ho sempre pensato ma che non sono mai stato in grado di riportare su carta.

    Grazie mille!
    Un ragazzo di 24 anni

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