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Un genitore, un insegnante che si trova di fronte al silenzio di un bambino con Mutismo Selettivo si sente spaesato, escluso, oltre che preoccupato.

Ho posto alcune domande alla Dottoressa Claudia Gorla, psicoterapeuta sistemico-relazionale che lavora a Cesano Maderno e fa parte dello Studio Smail (Selectiv Mutism and Anxiety Italian Lab) un team specializzato nel trattamento del Mutismo Selettivo.

D: Dottoressa Gorla nei precedenti articoli abbiamo in qualche modo spiegato cos’è il Mutismo Selettivo e dove e come si manifesta, siamo arrivati al punto in cui l’insegnante accorgendosi del silenzio del bambino e probabilmente anche della sua chiusura avverte i genitori. Per lei questa sarà routine, ci può spiegare da questo momento in poi e quali sono normalmente le fasi successive?

Quando l’insegnante avvisa i genitori che qualcosa non sta andando nel bambino, cioè dice che il bambino non parla a scuola, per loro è veramente una doccia fredda, perché si scontrano con un’immagine del loro bambino completamente diversa da quella che conoscono. I bimbi con mutismo selettivo a casa sono molto esuberanti, sono dei tornadi. Hanno un effetto simile a quello della pentola a pressione: tutto quello che contengono e trattengono quando sono a scuola, a casa esplode; sono molto vivaci, spesso socializzano anche, in modo tranquillo, all’interno del contesto familiare.

Subito dopo la segnalazione degli insegnanti i genitori iniziano a interrogarsi e a vedere che in realtà tutto quello che loro hanno sempre scambiato per timidezza è qualcosa di diverso e di più forte, rispetto a come l’avevano identificato, forse è qualcosa di più grave della semplice timidezza. Spesso si tratta di bambini molto piccoli, per cui i loro primi contatti sociali avvengono proprio alla scuola dell’infanzia, e quindi i genitori non hanno potuto vederli in situazioni diverse da quelle del contesto familiare. Inoltre, siccome anche nei genitori ci possono essere sovente dei tratti temperamentali comuni, ancora presenti o esperiti in passato, il fatto che il bimbo non parli in presenza di amici non ha mai destato troppi sospetti. Dal momento in cui gli insegnanti rivelano questa difficoltà a scuola, anche i genitori iniziano a guardare con occhi diversi il proprio bambino e a prendere in considerazione ed analizzare anche a ritroso situazioni che prima erano state lette in modo diverso.

D: Quindi questo è un momento delicatissimo, si accetta la realtà ma certamente non si comprende la causa. Cosa accade quando il genitore capisce che qualcosa non va?

C’è un passaggio fondamentale da una prima fase di negazione iniziale, seguita dall’attribuzione alla scuola della colpa del differente stato del bambino e del differente modo di comportarsi.  Il pensiero che può scattare nei genitori in un primo momento è questo: “se il mio bambino si comporta così a scuola e a casa è diverso, vuol dire che a scuola qualcosa non funziona, vuol dire che lì sta succedendo qualcosa di male”. Spesso anche gli insegnanti hanno lo stesso pensiero, “se il bambino a scuola si comporta così ci sta mandando un messaggio, cosa sta succedendo a casa?”. In realtà non sta accadendo nulla di tutto questo; il mutismo selettivo non ha origini traumatiche, a volte le insegnanti possono sospettare che sia capitato qualcosa di traumatico al bambino che non parla e che spesso è rigido anche nel comportamento. Ma non è così e il primo punto importante da chiarire è proprio questo: non avendo origini traumatiche il mutismo selettivo si manifesta a scuola semplicemente perché è il “debutto in società” del bambino, quindi è il primo momento in cui si trova ad essere separati dall’ambiente sicuro dove riesce ad essere sereno e dove il suo livello d’ansia è talmente basso da non impedirgli di parlare.

Appena il genitore si rende conto che non è un problema legato alla scuola, ma un malessere del suo bimbo che può manifestarsi in quel luogo, scatta un meccanismo importante e si passa dalla negazione all’accettazione; si avvia il processo terapeutico già da quel momento, perché capire che c’è qualcosa che non funziona e decidere di attivarsi rivolgendosi ad un terapeuta è già un primo passo verso la guarigione.

D: Dottoressa Gorla, parte dei nostri lettori sono genitori “assetati” di consigli e informazioni, credo che quest’ultimo concetto da lei sviluppato sia fondamentale: muoversi, attivarsi, il mutismo selettivo non si risolve lasciando le cose come stanno “tanto poi col tempo parlerà”. Credo che sia un sollievo sapere che si possa agire. Ora il passo successivo immagino sia: i genitori le telefonano e fissano un appuntamento, ci guidi nelle prossime fasi.

Io lavoro in questo modo: durante il primo appuntamento incontro solo i genitori e inizio a fare un inquadramento diagnostico; raccolgo tutti i racconti e le descrizioni pertinenti al bambino, ma anche elementi che riguardano loro, il loro vissuto d’ansia, della famiglia allargata, ricostruisco un po’ la loro storia familiare, che posizione ricopre loro figlio nel sistema e il ruolo del suo silenzio.

Se il bambino è piccolo e frequenta la scuola dell’infanzia vado a scuola a fare un’osservazione all’interno della classe; questo mi permette di vedere il bambino all’interno del contesto classe. Per me è una fase fondamentale, perché quando arrivo a scuola posso capire sia come sono strutturate le sezioni e le routine, sia come sono le relazioni con le insegnanti e con il gruppo dei pari. Vedere il bambino in studio non sarebbe la stessa cosa, mi darebbe meno elementi che non vederlo nel suo contesto naturale. Stando sul campo, invece, posso verificare che spazi ci sono all’interno della classe, come è strutturata e regolata la giornata, che tipo di routine, che tipo di interrelazione tra le diverse classi e stabilire le strategie e le tecniche più adeguate da far applicare all’insegnante.

Una volta fatta l’osservazione inizia il lavoro in rete anche con le insegnanti; periodicamente torno a scuola per vedere che effetti hanno le strategie suggerite e studiarne altre in itinere, c’è un contatto diretto e continuo con le maestre, perché man mano che le insegnanti sperimentano le tecniche e gli interventi, mi danno dei feedback rispetto a quello che avviene, in modo che io possa ritarare l’intervento con la famiglia sul bambino.

Se il bambino è più grande e l’osservazione a scuola non è fattibile, tendenzialmente continuo la terapia indiretta fino al primo o secondo anno di scuola primaria e poi parto con la terapia diretta anche sul bambino, lavorando comunque anche con gli adulti. Seguo formule diverse a seconda dei casi: a volte io seguo i genitori e il bambino viene seguito dall’Arteterapista o dallo Psicomotricista della mia equipe, oppure se sono più grandi io seguo il bambino e la collega Psicoterapeuta i genitori, o viceversa. Dopo di che si lavora tutti insieme: lavoro con la famiglia, con la scuola e se il bambino è grande lavoro con il bambino e tutti questi interventi devono essere integrati e sincronizzati.

bambini con mutismo selettivo

D: Potrebbe spiegarci meglio cosa s’intende per Terapia diretta?

Per Terapia diretta s’intende la presa in carico diretta anche del bambino. In questo caso si lavora attraverso il gioco, i disegni, attraverso una presa di consapevolezza da parte del bimbo della sua patologia, si fa anche un po’ di psicoeducazione, per cui si spiega al bambino stesso cos’è l’ansia, come la vede, dove la vive, come e dove la sente lui nel corpo, usando degli strumenti come, ad esempio, il termometro delle emozioni, per valutare che tipo di intensità hanno l’ansia e la paura prima di affrontare una determinata situazione, durante e dopo. Faccio un esempio pratico: a volte si utilizzano le registrazioni a scuola, per far “sentire” la voce o come sostituzione di interrogazioni. Sapendolo in anticipo, in studio chiedo al bambino di disegnare quell’esperienza che andrà ad affrontare e, nella seduta successiva all’ascolto della registrazione, gli chiedo di nuovo di disegnare l’esperienza vissuta. Cosa verifico?  Il bambino dà una misura dell’ansia maggiore al prima di vivere l’esperienza rispetto al punteggio assegnato al durante o al dopo. Questo è un dato importante, perché mette nero su bianco un concetto molto importante da spiegare ai bambini con mutismo selettivo: l’ansia anticipatoria è maggiore dell’ansia percepita. Questo aiuta, perché il bambino vede che, una volta affrontate, l’ansia e la paura diminuiscono in modo naturale e questo dà lo stimolo ad affrontare sfide sempre nuove.

Io dico sempre ai miei piccoli pazienti che non è importante che arrivino al successo, che arrivino a farcela subito, ad esempio a far sentire la voce registrata all’insegnante. L’importante è che ci provino, non che ci riescano, perché in realtà il vero successo della terapia sta nel meccanismo del trovare il coraggio di provarci per raggiungere il traguardo con gradualità.

D: Dottoressa ora passiamo alla terapia indiretta credo che susciti molta curiosità.

La terapia indiretta la utilizzo con i bambini più piccoli; essendo io sistemica, lavoro sul tutto il sistema, in questi casi senza vedere il bambino. Spesso lavorare sugli adulti modifica in modo indiretto anche i comportamenti patologici del bambino, senza prendere in carico il bambino in terapia. Il silenzio del bambino ha una valenza e una funzione all’interno del sistema e se questo trova un equilibrio diverso, per esempio lavorando sulle ansie dei genitori, sul loro modo di strutturarsi come famiglia, sul loro rapporto con la famiglia allargata sul loro modo di vedere la scuola e il mondo esterno, allora questo provocherà dei cambiamenti anche nel modo di percepirsi e di essere del bambino.

Occorre lavorare su tutte queste dinamiche: apportare dei cambiamenti nel sistema famiglia e nel sistema scuola porta, in automatico, ad una risoluzione del sintomo del bambino senza portarlo in studio.

Se necessario durante la terapia indiretta introduco sedute di EMDR su episodi e target precisi con uno dei due genitori: poiché l’ansia funziona” a cascata” di generazione in generazione, curando il disturbo d’ansia nel genitore, a volte in entrambi, si riesce a risolvere la sintomatologia del figlio.

Io utilizzo spesso la metafora dell’orchestra perché è proprio così che credo un buon percorso terapeutico dovrebbe funzionare: ogni attore coinvolto nel percorso terapeutico dovrebbe “suonare” la sua parte in modo tale che l’insieme generi una buona melodia.  I genitori su internet oramai trovano mille consigli pratici rispetto al Mutismo Selettivo, ci sono manuali e ci sono libri; io ci tengo a dire che nessuna tecnica e nessuna strategia sono esaustive di per sé; esistono due fattori fondamentali secondo me. Il primo è il “fattore tempo”: qualsiasi intervento, anche il più utile, se fatto nel momento sbagliato, non opportuno per quel bambino, è una tecnica che viene bruciata, non potrà più essere utilizzata e non avrà nessuna valenza a livello terapeutico, anzi a volte può addirittura portare ad una chiusura maggiore del bambino.

Il secondo è il “fattore unicità”: non esiste il Mutismo Selettivo, esistono i Mutismo Selettivi, anzi preferisco dire che esistono Francesco, Marco, Simone, Giulia… esistono i bambini, ogni bambino ha la sua storia, ogni storia ha un suo contesto familiare unico; anche la scuola ha la sua specificità, ogni insegnante ha la sua storia personale che viene portata necessariamente nel modo di operare e di gestire i bambini. È importante saper lavorare con tutti questi pezzi per riuscire a costruire un puzzle che abbia veramente un senso; per questo ogni intervento va condotto nel modo giusto. A volte anche noi terapeuti partiamo con un progetto terapeutico ben definito e delineato, ma dobbiamo seguire, non il nostro tempo, ma il timing del paziente, perché l’intervento giusto nel momento sbagliato non ha significato d’essere, anzi verrebbe respinto; seguire, invece, il timing dettato dal paziente porta ad un intervento mirato, corretto e d’aiuto e di risoluzione del sintomo.

D: Grazie Dottoressa Gorla, credo che la nostra conversazione abbia rassicurato molti genitori e anche molti insegnanti vogliamo concludere con qualche consiglio pratico?

Il primo consiglio da dare ai genitori credo sia quello di considerare il terapeuta come un direttore d’orchestra nel quale riporre la propria fiducia; una volta che si sono fidati, devono cercare di affidarsi completamente, concedendosi di togliere dalle spalle un bel carico d’ansia. Dico spesso ai genitori che arrivano in studio: “quando arrivate portate con voi uno zaino pieno di dubbi, di domande e di fatiche, perché essere genitori non è semplice, soprattutto essere genitori di bambini che manifestano qualche tipo di difficoltà. Quando arrivate dal terapeuta potete togliervi lo zaino, perché se lo mette “in spalla” il terapeuta, in questo modo si può andare avanti e camminare con un passo più spedito. Togliersi lo zaino e affidarsi completamente significa anche sapere di non essere più soli a scegliere, di poter decidere in base alle strategie che vengono date. Concludo con un esempio, gli inviti a casa: uno dei primi consigli che do ai genitori di bambini con MS è di invitare a casa un compagno di scuola alla volta in modo che, grazie all’intermediazione del genitore nel contesto familiare della propria casa, il piccolo possa riuscire a comunicare in modo diverso con i pari. In contemporanea è importante che a scuola si lavori organizzando piccoli gruppi nei quali, ovviamente, insieme al nostro bambino con mutismo selettivo, siano inseriti gli stessi bambini che sono stati già stati a casa. In questo modo il bambino con mutismo selettivo impara che ci sono dei compagni con i quali può relazionarsi anche in maniera verbale fuori dal contesto scolastico, e, quando questo comportamento diventa stabile, è possibile che possa essere portato anche all’interno del contesto scolastico. Da questo semplice esempio risulta chiaro quanto la comunicazione scuola – famiglia sia importante. I genitori s’impegnano ad inviare i bambini a casa e l’insegnante organizza piccoli gruppi con gli stessi bambini già invitati a casa in modo da consolidare questo nuovo ruolo del bambino a scuola e questi nuovi rapporti e relazioni; si crea così un circuito positivo che si autoalimenta.

Potrei dire che il terapeuta ricopre il ruolo di un direttore d’orchestra che ha il compito di sincronizza i vari tipi di interventi, decidendone modi e tempi. Se ognuno andasse per la sua strada avremmo un’orchestra piena di bravissimi musicisti che suonerebbero ognuno per conto proprio senza originare nessuna buona melodia. Per questo la metafora dell’orchestra può rappresentare anche il sistema terapeutico, all’interno del quale ogni elemento ha il suo ruolo e ogni ruolo è complementare all’altro nella misura in cui tutti perseguono lo stesso obiettivo, suonando con tempi e modi corretti, la stessa melodia.


Autore articolo
Adriana Cigni

Adriana Cigni

Organizzatrice di incontri di formazione gratuiti sul Mutismo Selettivo in tutta Italia

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