Condividi

Partiamo da un fatto accaduto nel 2003. Un bambino toscano perse la vita davanti a scuola, investito da un autobus di linea. La sentenza 21593/17 della Cassazione recentemente ha confermato la responsabilità della scuola, e quindi esteso il concetto dal particolare al generale, perché gli insegnanti hanno il dovere di assicurarsi che i bambini salgano sull’autobus o aspettino i propri genitori ritardatari.

I presidi delle scuole medie, in tutta risposta, hanno comunicato alle famiglie che da quest’anno i ragazzi non potranno tornare a casa da soli: la legge non consente di abbandonare un minore di 14 anni del quale si abbia la cura o la custodia, pena la reclusione (in questo caso per dirigenti e personale scolastico) e una denuncia per abbandono di minore (ai genitori che non vanno a prendere i figli lasciandoli tornare a casa da soli).

Insomma, un tredicenne non può uscire da scuola se non c’è qualche familiare o simile a prenderlo. Dura lex, sed lex.

A questo punto, però, è lecito chiedersi quale valore educativo consegua questa vicenda. Autonomia, responsabilità e indipendenza non sembrano interessare la scuola, che al contrario è troppo occupata a tutelarsi. Siamo nel campo della pedagogia difensiva.

verbali

Prendendo spunto dalla medicina difensiva, questa nuova formula adattata al sistema scolastico si riferisce al fatto che le prassi educative e i luoghi a queste deputati non hanno più come primo obiettivo l’educazione intellettiva, morale e sociale degli alunni, ma una forma di autotutela contro ricorsi, contestazioni e denunce.

I dirigenti chiedono ai docenti più attenzione ai verbali e alla redazione di relazioni, invece che a quello che dovrebbe essere il vero lavoro degli insegnanti: educazione e didattica. Mettersi al riparo da possibili denunce e ricorsi è ormai il primo pensiero di ogni dirigente scolastico: in questa situazione la pedagogia difensiva vince a tavolino.

Certo, il rispetto della legge e delle norme è anche questo un insegnamento, ma non può essere esasperato sacrificando il buon senso e la natura costruttiva della scuola.

Per capirci, immaginiamo un’aula scolastica e pensiamo di doverla arredare. Quale disposizione degli arredi seguiremo, e in base a quel idea? Possiamo avere un approccio pedagogico difensivo e posizionare i mobili in modo da evitare pericolose contestazioni, oppure domandarci quale disposizione sia più utile nel facilitare la didattica e il rapporto tra alunni e docenti. Chiameremo la seconda pedagogia costruttiva, in antitesi alla sorella fifona.

Nessun commento

LASCIA UN COMMENTO