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Vietato rispondere: “normale”, “come capita” o cose così…

 

Può sembrare questione da poco, ma in classe niente va lasciato al caso e quindi anche come star seduti dietro alla cattedra può rivelare molto della personalità di un docente.

 

Perché di che pasta è fatto un prof, lo si vede anche da come tocca gli oggetti o da come si muove nel suo spazio. Di fronte a sé, un insegnante ha la più esigente delle platee: gli alunni dall’occhio bionico attenti a tutto.

 

Quelli cioè che per primi si accorgono del tuo cambio di pettinatura, gli unici che notano un trucco non impeccabile, i soli a intuire che hai avuto un risveglio difficile.

 

come ti siedi in cattedra

 

E allora di fronte a un pubblico del genere, ci si deve preparare con la stessa cura che un attore impiega per affrontare lo sguardo del critico severo che l’indomani ne determinerà il successo o la catastrofe. Con lo stesso rispetto che ha il tenore per il pubblico di esperti in piccionaia, che seguono la sua esibizione con lo spartito davanti. Con la stessa ansia che accompagna un ballerino di fronte allo sguardo attento del maestro che nota la precisione del movimento di ogni parte del corpo.

 

Ricordo esattamente come si sedevano i miei insegnanti e, in particolare, quello di matematica, perché entrava in classe con l’obiettivo preciso di andare ad aprire la finestra con qualsiasi tempo ci fosse fuori, che fosse pioggia, neve o sole. Poi si sedeva dietro la cattedra e, con naturalezza, si accendeva una sigaretta. Quindi sono sopravvissuta al fumo e al gelo, ma ho imparato l’educazione.

 

Era chiaro infatti che quella finestra aperta era un riguardo a noi studenti per non trasformare l’aula in una camere a gas. Era un modo per diminuire le probabilità di contrarre malattie causate dal fumo passivo, sebbene in contemporanea aumentassero quelle di prendere l’influenza. Dettagli.

 

Il mio prof stava seduto comodamente e mentre fumava faceva lezione, come se davanti a lui non ci fossero venti ragazzi, ma solo un vecchio amico con cui confidarsi. Perché forse per lui la matematica era proprio questo, un fatto intimo di cui parlare con piacere.

 

Risultato? In 5 anni di liceo ho fatto un paio di assenze, alla maturità ho eseguito il miglior compito di matematica, non mi sono mai accesa una sigaretta in vita mia e all’università… ho preso lettere.

 

Se c’è un rapporto di causa ed effetto tra questi dati, al lettore l’ardua sentenza!

 

Ricostruendo gli eventi di allora, inorridisco da sola, ma non posso non ricordare che all’epoca si fumava ovunque, anche nei cinema o nei ristoranti e forse ci sembrava una cosa normale, perché, che lo voglia o no, faccio ormai parte di un’altra generazione e devo accettarlo. Rientro in quel manipolo di eroi che hanno superato indenni un’infanzia trascorsa libera nei cortili, i viaggi nelle auto senza cinture, e una adolescenza con il telefono fisso!

 

Oggi esistono (fortunatamente) nuovi docenti e nuovi modi di rapportarsi. Ma i ragazzi sono sempre lì che guardano gli adulti, li scrutano e decidono se hanno voglia di prenderli ad esempio oppure no.

 

E allora come ci siede in classe?

 

Il bad teacher si siede con i piedi sulla cattedra, perché tutto sommato è rilassato ed è lì per sbaglio. Le cose che lo interessano sono tutte fuori da quell’aula (o forse no…).

 

C’è il prof ormai disperato e stanco che, all’ennesima sciocchezza pronunciata dal suo alunno, si butta giù affranto, violando in questo modo la prima regola della scuola: non mollare mai!

 

C’è il maestro preciso che si siede in cattedra come se guidasse una nave con la giacca di un ammiraglio e la postura di un comandante. E va benissimo così, se vivete negli anni ’50.

 

Il docente, che sia un maestro, un professore di scuola o di università, se è giovane e gagliardo non si siede dietro la cattedra, ma sopra. Occhio, se entra il Dirigente anziano e tradizionale.

 

Infine c’è il prof che si siede al suo posto prima che gli alunni entrino per dispiegare l’armamentario e riordinare le idee oppure per riposarsi quando gli studenti sono usciti e osservare l’aula da lontano come un campo di battaglia.

 

Fa così perché durante la lezione non ha tempo di sedersi: c’è da girare tra i banchi, scrutare gli sguardi, controllare compiti, sedare rivolte o accendere discussioni oppure, più semplicemente, toccare la spalla di quel ragazzo che con il compito non ci sta capendo niente e ha solo bisogno di un incoraggiamento. E lui vuole essere lì, nel posto giusto al momento giusto.

 

E tu, come ti siedi in cattedra?


Autore articolo

Francesca Monetti

Elisabetta Monetti

Insegnante, blogger

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