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Come un ET Ferito: Quando uno Studente Straniero Entra in una Nostra Classe



Ho preso in prestito questa frase ad un’amica perché più di ogni altra fotografa lo stato d’animo di un bambino straniero che giunge in un Paese che non conosce.

 

Ecco proprio così! Un ET ferito.

 

Ricordate il celebre film di Steven Spielberg, no? ET l’extra-terrestre che arriva sul nostro Pianeta, è spaventato, non conosce nessuno e l’unica cosa che vorrebbe è tornare a casa sua. Fantastico film che affronta temi molto importanti, quali il rispetto e la tolleranza.

 

Ecco, perché quando un bambino straniero giunge nel nostro Paese e viene inserito a scuola, molto spesso si sente come un extra-terrestre: non capisce né dove si trovi, né perché si trovi lì, tutti parlano e lui non capisce; del resto anche il colore della pelle, l’odore della pelle, i vestiti… tutto è diverso, proprio come era ET quando giunse sulla Terra.


 

et ferito

 

L’INSERIMENTO DEI BAMBINI STRANIERI A SCUOLA

 

L’inserimento di un bambino straniero costituisce un’ importante opportunità per la scuola che lo accoglie, perché offre a tutti la possibilità di confrontarsi quotidianamente con abitudini e valori diversi. Purtroppo però non è cosa facile!

 

Negli ultimi anni, a seguito di fenomeni immigratori diffusi, si è avuto un incremento degli inserimenti di alunni stranieri nelle classi. Purtroppo a questi inserimenti molto spesso non segue un’adeguata preparazione dei docenti, i quali si trovano impreparati ad affrontare tali situazioni e devono rimboccarsi le maniche, ingegnarsi per trovare soluzioni proporzionate ai problemi.

 

Le linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri ci forniscono aiuti a livello normativo, ma la quotidianità vissuta in classe… è tutta un’altra storia!

 

Laddove esiste la figura del mediatore culturale le situazioni sono più gestibili. Egli infatti è indispensabile nel processo di integrazione degli stranieri nel nostro Paese, soprattutto in ambito scolastico poiché si pone come anello di congiunzione tra i genitori immigrati che spesso non conoscono molto bene la lingua e gli insegnanti. Il mediatore culturale assiste i docenti che hanno difficoltà nell’interagire con alunni che non parlano la nostra lingua o che presentano problematiche relazionali e agevolano in tal modo il dialogo tra scuola e famiglia. Ma laddove manca questa figura importante, questo anello di congiunzione, chi si trova a doversi sobbarcare tutta la situazione, ovviare ai problemi?

 

Il docente, ovviamente!

 

Egli si trova a dovere svolgere la doppia figura di insegnante e mediatore al contempo. Quando un bambino straniero si trova catapultato in una realtà che fino ad allora ignorava e sconosceva, si sviluppano in lui atteggiamenti di scoraggiamento, diffidenza e soprattutto paura. Purtroppo tali atteggiamenti non sono solo del bambino, ma, e forse soprattutto, del docente. Capitano, a volte, docenti che non accolgono ben volentieri questi alunni e non sono ben “aperti” a questi inserimenti, per svariati motivi. Quando un docente si trova a doversi relazionare con famiglie provenienti da paesi diversi, il dialogo può risultare difficile. Molto spesso viene in aiuto come lingua veicolare l’inglese. Ma poiché, spesso, la conoscenza dell’inglese non è perfetta da entrambi le parti, vengono fuori malintesi e in alcuni casi viene frainteso quello che si vuole dire o l’aiuto che si vuole dare… generando incomunicabilità.

 

Tuttavia se ci mettessimo dalla parte del bambino che di colpo viene a trovarsi in un Paese straniero, con abitudini, stili di vita, cultura diversi, ci renderemmo conto che, se già è difficile per un adulto abituarsi ad un modo di vivere diverso dal proprio, figuriamoci quanto difficile sia per un bambino… che magari non ha scelto lui di cambiare Paese. Durante tutti questi anni di insegnamento, mi sono ritrovata più volte a dover interagire con bambini stranieri in classe. Tutte storie diverse, età diverse, vite diverse e culture diverse, ma con un unico punto in comune: la paura che spesso sfocia nella diffidenza. E allora i bambini diventano tanti piccoli… ET feriti.

 

Ricordo uno per uno questi alunni con i quali ho dovuto e ho avuto la fortuna di confrontarmi, ma uno in particolare mi è entrato nel cuore, forse perché l’esperienza è di quest’anno, forse perché la “sfida” che ho dovuto affrontare è stata maggiore, forse perché ho potuto constatare il ”fiorire” di questo piccolo bambino arrivato in classe arrabbiato e spaventato e che poi alla fine dell’anno scolastico mi ha salutato con uno splendido sorriso, di quelli che ti riempiono il cuore. Un sorriso da “cartolina”!

 

Nadim (nome sostituito) era arrivato in classe a fine Aprile, e si sa che quando un bambino viene inserito in una classe quando l’anno scolastico è quasi concluso, noi docenti non siamo molto contenti. A questo aggiungete il fatto che vi trovate in una prima classe e che il bambino inserito è straniero e non parla l’italiano. Ecco! A questo punto l’ET ferito ero io! Ma comunque, questo è il nostro ruolo e la nostra capacità più grande e più sviluppata è… la capacità di adattamento.

 

Ogni mattina Nadim entrava in classe arrabbiato o meglio triste. Gli occhi sempre spenti, abbassati, vuoti. Si sedeva al suo posto, incrociava le braccia e guardava fuori dalla finestra. A volte addirittura si addormentava. E io mi sentivo… inutile, impotente. Non potevo costringerlo a fare qualcosa che non gli andava di fare. Con la costrizione non si ottiene nulla. Una mattina l’ho cambiato di posto. Ho posizionato un piccolo banco vicino alla cattedra e si è seduto accanto a me. Nello zaino non aveva nulla: solo un album da disegno che di tanto in tanto prendeva per disegnare. Ma il più delle volte si rifiutava anche di disegnare, così gli regalammo dei quaderni, un portacolori e l’occorrente, per fargli sentire che gli volevamo bene. Ogni giorno allungavo il braccio sul suo banco e gli davo una caramella, un cioccolatino, qualcosa che potesse attirare la sua attenzione, per aprire uno spiraglio nel suo cuore. E devo dire che la “tecnica zuccherina” ha funzionato.

 

Piano piano quello spiraglio è divenuto un buco, poi una finestra ed infine una porta. Non essendo italofono, poiché arrivato in Italia di recente, necessitava di un intervento mirato all’apprendimento dell’italiano come lingua per la comunicazione, al fine di agevolare anche l’integrazione, per affrontare, e almeno in parte superare, le sue difficoltà linguistiche e fornirgli gli strumenti di lavoro in grado di attenuare o eliminare le difficoltà oggettive riscontrate, in quanto la conoscenza della lingua è un elemento di primaria importanza per la socializzazione, l’apprendimento e la partecipazione attiva alla vita comune.

 

Ho cercato il coinvolgimento continuo di Nadim nella dinamica di classe mediante: – incarichi di “responsabilità” (da semplici consegne a “ruoli diversificati”) che hanno valorizzato la sua identità in quanto parte attiva del contesto-classe; – presenza di un “Tutor” che ha fatto da “anello di congiunzione” tra alunno neo arrivato e resto della classe; – testimonianze della cultura e delle tradizioni del paese di origine attraverso riflessioni . Per favorire la socializzazione con i compagni ho fatto ricorso alle canzoni in lingua inglese che lui parlava abbastanza bene, oppure a giochi vari.

 

Un giorno andammo nell’atrio a giocare a calcio. Era formidabile. Un piccolo Pelè. Il giorno dopo tornò a scuola, mi chiamò, aprì lo zaino e mostrandomi un paio di scarpette da calcio mi disse:

”Maestra, calcio!”

 

Voleva tornare a giocare a calcio, l’attività gli era piaciuta. Si era sentito parte integrante di un gruppo. Fin dal suo ingresso nel nuovo gruppo classe si è cercato di creare le occasioni per instaurare rapporti di reciproco affetto ed aiuto, stimolando anche i compagni a creare una sincera atmosfera di accoglienza intorno a lui mostrando curiosità costruttiva nei suoi confronti, consapevoli della pari dignità sociale di ogni essere umano, a prescindere dalla provenienza etnica, riflettendo sulla diversità non come diseguaglianza, ma come semplice differenza che costituisce per l’intero gruppo classe arricchimento e crescita. Ho ritenuto più utile operare soprattutto sul fronte emotivo e partecipativo, convinta che l’acquisizione dell’abilità espressiva va di pari passo con l’acquisizione di una maggiore sicurezza emotiva, evitando così difficoltà di carattere psicologico che dipendono essenzialmente dallo stato di isolamento in cui i bambini stranieri vengono a trovarsi e dalla mancanza di motivazione.

 

Queste tecniche hanno funzionato e dato i frutti sperati. Piano piano Nadim ha sviluppato la lingua orale attraverso il potenziamento delle capacità espressive e comunicative. Certo ancora permangono tante difficoltà oggettive nell’acquisizione della lingua italiana e nell’esposizione orale di Nadim, tuttavia sentire chiamare per nome i compagni, le maestre, “leggere” nei suoi occhi la fiducia nelle insegnanti e nei compagni, vederlo sorridere, finalmente, non ha prezzo, ripaga di tutto.

 

A fine anno gli ho regalato due libri di attività, disegni, attività per lo sviluppo oculo-manuale. Non ho mai visto un bambino più felice nel ricevere un libro come regalo. Bisogna tenere in mente tre parole chiave: accoglienza dell’alunno e della sua famiglia, sviluppo linguistico e approccio interculturale. Il dialogo tra i docenti e le famiglie immigrate deve essere costante, perché è un elemento determinante per agevolare l’integrazione dei bambini stranieri a scuola… e per far sì che bambini stranieri e genitori si sentano maggiormente integrati, non solo a scuola.

 


Autore articolo
Zina Cipriano

Zina Cipriano

Insegnante

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