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La recente diffusione della lettera del sig. Peiretti, il padre che si è rifiutato di far svolgere i compiti delle vacanze a suo figlio e ha condiviso su Facebook le sue motivazioni, impone una riflessione che dovrebbe coinvolgere insegnanti e genitori.

Questa riflessione, a mio avviso, si articola intorno a due temi cruciali.

Il primo è un tema ‘caldo’ che ultimamente scatena aspri dibattiti sui social, ed è l’utilità dei compiti a casa.

Il secondo è la gestione del disaccordo tra genitori e insegnanti.

Su ciascuno dei due temi ci sarebbero infinite pagine da scrivere. Io vorrei limitarmi a dare la mia visione di docente e madre che ha avuto modo di misurarsi con queste spinose questioni da entrambe le prospettive.

compitifanno male

Sulla questione compiti a casa molti genitori sono agguerriti e pronti a dare battaglia ai docenti, come bene dimostra la lettera di questo padre: la scuola fornisce nozioni e da sola dovrebbe assolvere il proprio compito lasciando agli alunni, una volta usciti dall’aula, lo spazio per arricchire queste nozioni con l’esperienza e il vissuto personale.

Questa visione della scuola è limitata e un po’ arida: siamo sicuri che la scuola sia solo un luogo dove si trasferiscono nozioni? Davvero tutto ciò che accade all’interno delle mura scolastiche è un mero travaso di informazioni slegate da qualunque esperienza attiva e partecipata?

Io non credo. Anzi, direi proprio il contrario. Io non credo in una separazione netta tra scuola e vita vera.

Credo che nella scuola ci siano tantissimi spazi di vita vera, di esperienza vissuta, e ritengo positivo il fatto che ogni tanto, senza esagerare, a casa si riprenda il filo di ciò che è stato fatto a scuola, magari rielaborandolo in tranquillità.

Che senso ha il compito in quest’ottica?

Se assegnato in modo mirato ed equilibrato (senza che diventi un fardello pesante e demotivante), il compito a casa può non solo allenare ed esercitare, ma mettere alla prova la capacità di lavorare in modo davvero autonomo, in completa autogestione (nei tempi, negli spazi, nella pianificazione, nella risoluzione delle eventuali difficoltà).

Il compito può essere anche un’occasione informale e non stressante (al contrario di un test in classe, ad esempio) in cui il docente mette a fuoco eventuali lacune e punti su cui tornare e puntualizzare meglio.

Demonizzare a priori il compito a casa, quindi, è poco sensato. Se lo si considera uno strumento di lavoro utile (e non una vecchia abitudine da trascinarsi dietro senza sapere nemmeno perché) può avere il suo spazio, a mio parere, nel lavoro del docente e dei suoi studenti.

E qui arriviamo alla seconda questione: può un genitore che la pensa in modo diverso e che, quindi, considera il compito a casa un’inutile perdita di tempo, opporsi in modo tanto netto e perentorio alla decisione del docente? Quanto influisce sul rapporto alunno/docente una presa di posizione tanto categorica?

Se da un lato ritengo sia quasi fisiologico che un genitore nutra, almeno una volta ogni tanto, dubbi e perplessità sull’operato dei docenti, dall’altro sono fermamente convinta che sia indispensabile che il genitore provi a tenere questi dubbi per sé confidando nella professionalità degli insegnanti a cui affida suo figlio oppure, in caso di disaccordi gravi, ne parli direttamente con loro per giungere a un chiarimento.

Il rapporto di fiducia tra docenti e genitori, per costruirsi, può avere bisogno di momenti di confronto. Anche di scontro a volte, in casi estremi.

A me è capitato, come docente, di avere discussioni vivaci con alcuni genitori. Ma ho sempre apprezzato la comunicazione diretta e l’intento di arrivare, anche se con fatica, a un accordo. E ho notato che anche grazie a queste piccole crisi il rapporto si è arricchito in termini di fiducia, stima e conoscenza reciproca.

Quanto può essere utile lo sbandieramento compiaciuto via Facebook di una presa di posizione che non lascia alcuno spazio al punto di vista altrui? Che insegnamento può ricavarne un bambino impegnato nel difficile compito di diventare grande?

Le risposte a queste domande, a mio avviso, lasciano un po’ di amaro in bocca.

Credo che alla luce di questi nuovi fenomeni sociali possa essere utile, prima di entrare nel vivo del rapporto docente/genitore, stabilire alcuni punti fermi sulle modalità di comunicazione e di confronto scuola-famiglia, nella speranza che ognuna delle due parti si impegni a costruire un ponte di collaborazione e di fiducia basato sul rispetto dei ruoli e sulla ricerca di soluzioni condivise.

 


Autore articolo
Danila Zangarini

Danila Zangarini

Insegnante

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