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I quarantenni italiani sono pigri ed apatici e a causa del loro attaccamento alla routine non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro. A sostenerlo su D.it è lo psichiatra, sociologo e scrittore Paolo Crepet.

40enni italiani

Il ritratto che Crepet fa emergere è impietoso: viziati e coccolati, seduti comodi sul divano dei loro genitori a cui va maggiormente la colpa: “(Questi figli) sono cresciuti in una situazione di comodità da quando erano in fasce, e oggi non sanno cosa vuol dire rifarsi il letto da soli“. Non tutti, però. Ci sono anche i quarantenni da prendere ad esempio, quelli che ogni mattina si spostano in treno o in aereo e che “affrontano la vita con un piglio più attivo“, anche se la maggior parte dei giovani adulti italiani è rappresentata dai cosiddetti mammoni.

Colpa di chi ha detto loro che le responsabilità sono un problema, mentre invece sono il metro con cui si misura la propria crescita. Sono le responsabilità e la capacità di prendere in mano la propria vita che definiscono l’essere adulto e lo differenziano da un bambino. L’idea di trovarsi una generazione di eterni adolescenti a quarant’anni fa veramente gelare il sangue“.

La colpa non è dell’economia instabile, poiché i quarantenni, afferma Crepet, “hanno una sorta di paghetta o stipendio” da parte dei genitori, né delle relazioni sentimentali instabili che si creano a causa della rivoluzione digitale. “La rivoluzione digitale ha convinto una generazione, anzi più di una, che tutto debba essere comodo e istantaneo questo ha portato a perdere la dedizione, la pazienza e la riflessione dedicata a quello che si fa, che si tratti della ricerca del lavoro, piuttosto del faticare per far funzionare una relazione“.

Le differenze tra i sessi in questo caso si azzerano, visto che secondo lo psichiatra c’è stata un’omologazione sia nei sentimenti che nei caratteri. “Predomina l’individualismo e un atteggiamento egoistico“. I 40enni devono “rilanciare i dadi” e rimettersi in gioco, lasciare il comodo sofà dei genitori senza lasciarsi sopraffare dalla scusa del precariato. La cultura del posto fisso, continua Crepet, è stata talmente interiorizzata negli anni 70 che lo stipendio mensile, anche se basso, è diventato un totem da venerare. “Tutto questo ha fatto dei 40enni una classe di giovani conservatori che tende a mantenere lo status quo, invece di creare nuovi paradigmi, aprirsi nuove possibilità“.