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Significativa iniziativa quella adottata dall’istituto Fresa – Pascoli di Nocera Inferiore (Salerno) che ha aperto le sue porte a 4 detenuti del penitenziario di Eboli per consentire loro di spiegare ai più giovani le conseguenze legate alla malavita.

Giampaolo, uno degli ospiti della scuola, con le lacrime agli occhi ha detto: ” Mia figlia ha fatto diciott’anni senza di me. Mio figlio si è operato io non c’ero. Quante cose mi sono perso. Ragazzi la vita è una. Il tempo non si recupera, non sprecatelo”.

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Per Francesco, Massimo, Bartolomeo e Giampaolo è stata veramente una giornata speciale, questo perché ottenere un permesso è davvero difficile. Poter fare colazione al bar è stato come tornare per un attimo alla vita di tutti i giorni, dimenticando per un secondo il loro torbido passato. Sorseggiando il caffè del mattino iniziavano a sentire su di loro una forte pressione, un grande senso di responsabilità: sono intenzionati con tutto il cuore a spiegare ai giovani come si sono rovinati le vite per dissuaderli dal compiere gli stessi crimini. Nonostante abbiano passato buona parte delle loro vite in carcere si dicono fortunati ad essere trasferiti all’Icatt di Eboli, penitenziario che rende meno infernali le loro vite e la loro redenzione.

Il particolare incontro è nato dall’iniziativa della professoressa Marianna Giugliano e la direttrice del penitenziario Rita Romano. Molteplici sono state le domande poste ai detenuti: si chiede cosa mancasse di più, cosa avessero commesso per finire in carcere e se i tatuaggi da loro portati fossero legati ai clan del crimine organizzato. Tutte le domande hanno trovato risposta nelle voci piene di emozione dei detenuti che cercavano in tutti i modi di raccontare come le loro vite fossero ormai sprecate.

Uno di loro ha detto: ”All’inizio potrà sembrarvi anche che va tutto a gonfie vele ma poi quello sarà l’inizio di un lungo baratro. Io spacciavo anche le pasticche in discoteca: non prendetele mai. Sono schifezze chimiche e anche per averlo fatto una sola volta potreste rischiare la vita. Chi vive come ho vissuto io ha poche alternative: o il carcere o in un cimitero a farvi piangere dalla vostra famiglia”.

Quello che preoccupa di più Francesco è la paura di tornare alla vita di tutti i giorni, teme di ricadere nelle sue vecchie abitudini se non riuscirà a trovare un impiego in poco tempo. Una volta finito il loro intervento a scuola è ora di ritornare in carcere, ma si dicono soddisfatti: “se solo uno dei ragazzi avrà deciso di non intraprendere la vita criminale, drogarsi o commettere reati, ne sarà valsa la pena”.