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Non diciamo niente di nuovo o di sorprendente se affermiamo che attualmente l’insegnante soffre di un mancato riconoscimento del ruolo. In questa società “orizzontale” tutti si sentono “pari”, a volte anche gli alunni; e quasi sempre i genitori pensano di poter dire qualsiasi cosa ai e sui docenti.

 

Gli insegnanti sanno di non poter più contare sul credito, la fiducia, il prestigio che il loro ruolo garantiva in passato.

 

rapporto con i genitori

 

Perché ora non è più così?

 

Un cambiamento fondamentale riguarda il modo di essere genitori. La bella analisi di Charmet evidenzia come il bambino dei nostri tempi venga al mondo come Narciso, “cucciolo d’oro”: amato, aspettato, cercato. Naturalmente questo è un bene. E a volte su questo felice inizio ci sono genitori che sanno costruire una bella sintesi di equilibrio, autonomia e crescita.

 

Ma se fosse sempre così, gli insegnanti non si troverebbero ad affrontare alcun problema di relazione. Invece, le incomprensioni docenti-genitori (con vari spiacevoli corollari di ricorsi al preside o addirittura all’avvocato) sono questioni quasi quotidiane.

 

Allora cosa va storto?

 

Succede in molti casi che quella forma di amore diventi bisogno di protezione da ogni possibile frustrazione, ossessione di individualità, necessità di privilegio. E questo non è un bene, soprattutto se si tratta dell’inserimento in una comunità dove ognuno è importante, ma tanto quanto gli altri.

 

In realtà, prima dell’ingresso a scuola, quei genitori hanno probabilmente già avuto sentore di problemi: l’amatissimo  cucciolo d’oro magari ha già cominciato a rispondere male, a non accettare alcun no, a fare capricci in pubblico. Ma questi genitori non vogliono “vedere”, non vogliono mettere in conto di poter sbagliare, sono un po’ fragili anche loro e cercano di proteggere il proprio narcisismo, che subirebbe un colpo troppo grave dal rendersi conto che il cucciolo d’oro non è perfetto. Forse pensano che l’ingresso alla scuola dell’infanzia sistemerà tutto. Non è così.

 

La scuola dell’infanzia sarà il primo impatto vero, dove si confronteranno con altre famiglie e altri bambini, si sentiranno dire che c’è qualcosa che non va: il loro bambino non rispetta nessuna regola, non si lascia guidare dall’adulto, è polemico e oppositivo. La reazione immediata è l’attacco all’insegnante. Da qui in poi ogni docente sa come vanno le cose: lunghe polemiche, negazione dei problemi (“a casa è bravissimo, ubbidiente…ecc.”), peggioramento dei rapporti tra docente e alunno, a volte tentativo di “scappare” cambiando scuola o magari tenendo il bambino a casa… ma poi ci sarà il momento dell’ingresso alla scuola primaria dove di nuovo tutti i problemi si ripresenteranno, in genere più marcati di prima.

 

Tuttavia quanto detto finora riguarda fortunatamente solo una percentuale abbastanza limitata di popolazione scolastica.

 

Un problema invece più diffuso è costituito dalla sfiducia generale nell’istituzione SCUOLA e dall’intransigenza che subito viene messa in campo in presenza di qualsiasi situazione che venga vissuta come “mancanza”. I gruppi whatsapp dei genitori possono discutere giorni interi sul fatto che gli insegnanti abbiano portato la classe in visita didattica al museo cittadino nonostante piovesse… e questa è interpretata come evidente MANCANZA di cura; d’altra parte, se la visita fosse stata annullata, ci sarebbe stata la MANCANZA di un’opportunità rispetto a quanto offerto ad altre classi. E anche questa sarebbe stata fonte di polemiche. La “lamentela” sembra essere il linguaggio comune, il privilegiato luogo d’ incontro per parlare di scuola che sembra non essere mai all’altezza delle aspettative, altissime.

 

Psicologicamente, ciò che sembra mancare a genitori e bambini dei nostri tempi è il CONTENIMENTO, cioè quel senso di sicurezza interiore anche di fronte a eventuali frustrazioni (MANCANZA) che fa sì che il soggetto possa vivere con equilibrio le proprie esperienze di vita, accettandone le imperfezioni. Invece, tutti hanno bisogno di rassicurazioni esterne: i genitori hanno bisogno di rassicurazioni sul loro essere “buoni genitori” (per questo è così difficile accettare di vedere le difficoltà di un figlio); a volte, per avere dei riscontri facili da verificare, i genitori si dedicano molto di più a coltivare gli aspetti cognitivi del proprio figlio, piuttosto che quelli emozionali oppure le capacità di autonomia.

 

Per esemplificare, un genitore orgoglioso esibirà il proprio figlio che a quattro anni recita i numeri in inglese piuttosto di un bambino che sappia consolare un altro bimbo sofferente.

 

Le prestazioni cognitive sono più visibili, più verificabili, più controllabili, più adatte a farsi dire “che bravi!”.

 

Anche i bambini hanno bisogno di rassicurazioni: ad esempio, sul fatto che a scuola saranno in un posto “buono” (i bambini hanno antenne speciali per captare ciò di cui mamma e papà diffidano). Gli insegnanti rimangono spesso gli unici adulti capaci di mettere dei confini ai bambini che ne hanno bisogno e li cercano, per potersi “appoggiare” a qualcosa/qualcuno di stabile e orientato. A volte i genitori non riescono a mettere confini definiti perché vogliono soprattutto essere amati (confermati di valore, ancora una volta) e non riescono a dire dei “no” per il timore di essere meno amati o meno “democratici”.

 

E gli insegnanti?

 

Fortissima è la tentazione della difesa a oltranza: evitare contatti con i genitori, irrigidire gli orari dei ricevimenti; fare una didattica formale che non dia adito ad alcuna critica; sanzionare ogni irregolarità per iscritto e via difendendo.

 

Sicuramente gli insegnanti non sono terapeuti, ma riconoscere e capire l’origine, anche psicologica, di un problema significa mettersi in grado di esprimere empatia, desiderio di collaborare senza giudicare. E forse già questo sarebbe terapeutico. Ma è soprattutto utile… per non dover disperdere energia in atteggiamenti difensivi che, in una logica di “guerra”, paiono sempre insufficienti e producono una rincorsa da ambo le parti.

 

Sembra evidente che la partita si giochi in ambito relazionale. La “buona scuola” è la scuola dove si sta bene, molto più di una scuola informatizzata.

 


Autore articolo
Paola Carmagnola

Paola Carmagnola

Insegnante

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