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Essere docenti di questi tempi è una grande responsabilità e, lasciatemelo dire, anche una gran fatica. Non che in passato non lo fosse, ma gli insegnanti di oggi si ritrovano a dover fare di tutto e di più.

Da un lato molte delle aspettative che si rivolgono a questa figura sono quelle tipiche di un professionista a cui si richiede un’approfondita competenza nel proprio campo, versatilità, apertura all’innovazione e tant’altro ancora, dall’altro, invece, l’insegnante appartiene al pubblico impiego e allora i suoi comportamenti dovrebbero essere ispirati da un modello di tipo amministrativo-burocratico.

Ecco allora che si genera un gran conflitto.

essere docenti

Ho un ricordo della mia maestra elementare che è ancora vivo nella mia mente e spesse volte, quando sono sobbarcata da tante incombenze molto stressanti, mi torna in mente: la mia maestra che all’ora di ricreazione preparava il caffè direttamente in classe, con la sua grande caffettiera moka. Dopo averlo preparato invitava le maestre delle classi vicine e tranquillamente scambiava con loro quattro chiacchiere “spizzicando” qualcosa qua e là dalle nostre merende in totale relax.

Noi alunni, dal canto nostro, stavamo tranquilli al nostro posto a fare merenda, chiacchieravamo a nostra volta con i compagni vicini e ci rilassavamo per quel tempo che ci era concesso.

E così, immersa in questi ricordi, nei momenti in cui lo stress si fa vivo, spesso mi chiedo: “Ma come faceva?”, “Era brava lei o erano i tempi diversi?”. Tempi in cui le maestre avevano la possibilità di fare tutto quello che oggi ci è difficile fare?

Io a malapena trovo il tempo di andare in bagno e solo quando in classe c’è la mia collega che mi coadiuva. E il caffè? Un lusso, bevuto di fretta perché devi avere occhi dappertutto e sempre bene aperti.

Per non parlare poi di quando, sempre la mia maestra, ci lasciava soli in classe per andare a chiedere qualcosa alle colleghe. E dove ci lasciava, ci trovava: tutti seduti al nostro posto a terminare il lavoro che stavamo facendo. Anche questa, cosa che oggi risulta difficile fare.

Ripeto, non perché noi docenti di oggi siamo meno preparati di quelli del passato, ma penso che il motivo sia riconducibile al fatto che oggi non si è più solo docenti, ma ci ritroviamo a ricoprire più ruoli contemporaneamente: valutatore, animatore digitale, psicologo, mediatore culturale; dobbiamo trasmettere una cultura che si ispira a valori che molto spesso entrano in conflitto con quelli della “cultura di massa” che la società di oggi ci propina; dobbiamo saper rapportarci con i colleghi armonizzando il nostro lavoro con quello degli altri, evitando conflitti e, attraverso il confronto, cercando di migliorarci; dobbiamo indagare i problemi di natura psicologica, relazionale o familiare per scoprire le cause di alcune inspiegabili lacune scolastiche degli allievi.

Ecco allora che si arriva ad un punto in cui tutti questi ruoli, le accresciute responsabilità della scuola, l’atteggiamento che la società ha nei confronti dei docenti, le raffiche di progetti e proposte di riforme, le richieste sempre crescenti, il divario tra le risorse e quello che si vorrebbe fare, generano lo stress che immancabilmente sfocia nel cosiddetto burnout.

Con il termine burnout (dall’inglese “scoppiato”, “bruciato”, “fuso”) si indica una condizione di stress lavorativo protratto e intenso che determina un logorio psicofisico ed emotivo, cui seguono demotivazione, insoddisfazione per l’attività lavorativa, disinteresse e facile irritabilità, con relativa riduzione della produttività.

La sindrome da Burnout è stata definita da Christina Maslach (autrice del Maslach Burnout Inventory) nel 1982 come una sindrome di esaurimento emotivo, di depersonalizzazione e di ridotta realizzazione personale.

1. ESAURIMENTO: l’individuo si sente completamente sfinito dal punto di vista emozionale, senza più le forze per ricominciare, si percepisce come inutile e cerca il minimo contatto con la gente.

2. SPERSONALIZZAZIONE: lo sviluppo dei sentimenti negativi verso gli altri avanza a tal punto da considerare negativamente anche se stesso, si diventa freddi e indifferenti e si provano sensi di colpa nei confronti degli altri.

3. RIDOTTA REALIZZAZIONE PERSONALE: l’individuo si sente fallito e cerca di rimediare rivolgendosi a psicoterapeuti o cambiando lavoro.

Ecco che ci si sente scoraggiati e irritabili, si avverte un distacco emotivo che in ambito scolastico portano ad adottare forme d’insegnamento esclusivamente tradizionali, all’applicazione non flessibile della programmazione, all’attribuzione del fallimento scolastico dell’alunno al suo scarso impegno, alle modeste capacità intellettive o alla famiglia e al ceto sociale di appartenenza e all’abbandono di strategie didattiche.

Dal punto di vista comportamentale invece si diventa più assenteisti, aggressivi verso gli alunni e si avverte mancanza di iniziativa. E poiché la mente influisce inevitabilmente sul corpo, si hanno veri e propri disturbi di carattere fisico: gastrite, senso di debolezza, emicrania, insonnia, etc.

Oggi purtroppo il burnout è una condizione molto frequente in tutte le professioni.

Ma sono le professioni socioassistenziali (insegnanti, assistenti sociali, medici, infermieri, terapeuti, psicologi, poliziotti, etc…), che implicano una notevole interazione emotiva tra l’operatore e l’utente e un intenso coinvolgimento emotivo gravato da sensazioni d’ansia, imbarazzo, paura o disperazione, ad essere più colpite.

Però, lasciatemelo dire, di tutte le categorie, quella che appare più coinvolta e “burnitizzata” è di certo quella degli insegnanti e purtroppo, a mio parere, le problematiche inerenti lo stress ed il burnout della classe docente raramente vengono prese sul serio dall’opinione pubblica.

La causa?

L’immagine sociale che questa professione ha oggi rispetto al passato. La credenza diffusa che gli insegnanti abbiano una vita più comoda, abbiano orari di lavoro più brevi e ferie più lunghe rispetto agli altri lavoratori e, nei casi in cui soffrano di disturbi legati allo stress, essi sono riconducibili esclusivamente alla loro inadeguatezza personale e professionale.

COME SI PUÒ PREVENIRE IL BURNOUT?

Christina Maslach dice: “Un grammo di prevenzione vale quanto mezzo chilo di cura.

È possibile bloccare il burnout prima del suo manifestarsi prestando attenzione ai primi sintomi dello stress e utilizzando alcuni semplici accorgimenti o strategie operative.

Relativamente al burnout degli insegnanti fondamentale è la ristrutturazione cognitiva dei pensieri depressivi del tipo: “L’alunno non apprende, sono un incompetente”, con pensieri più razionali e positivi sul tono dell’umore come: “Farò del mio meglio con i mezzi a mia disposizione”.

È importante considerare gli insuccessi lavorativi come momenti transitori e costruttivi. Una pratica ampiamente usata per contrastare gli effetti di pensieri ed emozioni frustranti è la Mindfulness, un processo che consiste nell’alimentare la consapevolezza del presente accettando intenzionalmente il momento attuale.

La finalità della pratica Mindfulness è quello di eliminare la sofferenza inutile, coltivando una comprensione e accettazione profonda di qualunque cosa accada attraverso un lavoro attivo con i propri stati mentali.

Secondo questa pratica, bisogna imparare a vivere nel presente, senza colpevolizzarsi per il passato né temendo il futuro, in questo modo si avranno benefici su molti disturbi emotivi e fisici, tipici del burnout (disturbi del sonno, cefalee, dolori muscolari, ansie, depressioni, paura del fallimento).

La collaborazione con i colleghi è poi fondamentale per dare sfogo alle proprie frustrazioni e preoccupazioni diminuendo così il peso delle responsabilità.

Per migliorare i rapporti con colleghi e alunni a scuola, è utile apprendere tecniche di assertività, cioè la capacità di esprimere i propri sentimenti, di scegliere come comportarsi in un determinato momento o contesto, di difendere i propri diritti, di aumentare la propria autostima, di sviluppare una sana dose di sicurezza in sé, di esprimere serenamente un’opinione di disaccordo quando lo si ritiene opportuno, di portare avanti le proprie idee e convinzioni, rispettando, contemporaneamente, quelle degli altri.

Essere assertivi significa affermare i propri punti di vista, senza prevaricare, né essere prevaricati: è un punto di equilibrio tra l’aggressività e la passività, è un’abilità che serve a contrastare sia la tendenza alla passività del tipo: “non sono in grado di aiutare nessuno” sia cinismo e aggressività, apprendendo a rispondere a richieste eccessive con chiarezza, calma e salvaguardando il rapporto di fiducia con l’utenza e l’immagine lavorativa.

Né istrice, né zerbino, insomma!

Si rivela molto utile inoltre creare una rete sociale all’interno della scuola per migliorare la comunicazione all’interno del contesto lavorativo; individuare fonti di soddisfazioni e gratificazioni anche esterne al contesto lavorativo e formulare al dirigente proposte per ottimizzare alcuni aspetti critici a livello organizzativo, insieme ad altri colleghi che sperimentano le stesse difficoltà.

Fortunatamente il cervello umano ha la grande capacità di modificarsi e crescere e quindi attraverso piccole strategie positive possiamo diventare più felici ed ottimisti e intercettare in tempo il burnout.

 


Autore articolo
Zina Cipriano

Zina Cipriano

Insegnante

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