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In questi decenni la scuola italiana sta attraversando una fase di continua riforma. Da don Milani (nel lontano 1967) ad oggi, passando attraverso la riforma Berlinguer, poi Moratti, Fioroni, Gelmini ed infine Profumo, superato il modello didattico nozionistico e trasmissivo, si è passati all’idea di una scuola che deve educare alla scelta, promuovere la capacità progettuale, selezionare i contenuti in base alla loro funzionalità in vista di un progetto globale e di un obiettivo finale che è la formazione della “persona”, competente ma soprattutto consapevole.

Io insegno da 26 anni in un ordine di scuola, la scuola dell’Infanzia, essenziale nella graduale costruzione della educazione/formazione della personalità dei nostri piccoli, ma poco stimata dai ministri di turno, dai processi di riforma, dall’opinione pubblica in genere.

Nonostante ciò nella scuola dove io lavoro, tutto il “corpo” docente è consapevole della grande valenza educativa e formativa e dell’imprinting che un insegnante dell’infanzia ha sui piccoli utenti. Insieme, con grande senso di responsabilità, si studia, ci si aggiorna, si porta avanti un progetto comune educativo basato sulla condivisione di convinzioni psico-pedagogiche avvalorate anche dalle scoperte delle neuroscienze sull’apprendimento.

Stanotte ho fatto un sogno, anzi un incubo. Ho sognato che, stanca di viaggiare 50 chilometri al giorno, chiedevo trasferimento nella scuola dell’infanzia più vicina a casa. Spostandomi di pochi chilometri sono stata catapultata in una realtà agli antipodi.

incubo

E’ nata così una riflessione in me, scaturita dal confronto tra queste realtà educative che hanno pur sempre lo stesso nome (scuola dell’infanzia), hanno le stesse Indicazioni Nazionali da seguire, hanno la stessa gerarchia di regole e mansioni burocratiche da ottemperare, ma sono diametralmente opposte: una è una scuola per i bambini e l’altra i bambini sono per la scuola.

Vorrei con voi analizzare alcuni punti salienti e come un osservatore esterno non puntare il dito sulla buona o sulla cattiva scuola, ma mettermi una mano sulla coscienza e chiedermi, con voi, una volta entrati nei “ruoli” della scuola dove vanno a finire le nostre consapevolezze professionali e l’amore per il proprio lavoro e per i bambini? Prima di entrare nella scuola ci abbuffiamo di teorie, ma anche dopo, con i vari corsi di aggiornamento, ma dove finisce la nostra capacità ed il coraggio di trasformare le teorie in buone pratiche?

Per farvi capire in quale situazione tragicomica mi sono ritrovata nel mio sogno, provo a farvi degli esempi pratici, dove identificherò una scuola con la lettera A e l’altra con la B, solo per semplicità.

Partiamo dal team: nella scuola A tutte le docenti costruiscono relazioni educative efficaci attraverso un lavoro in team che va oltre lo spazio fisico dell’aula e della propria classe. In questa scuola il Team docenti decide di intraprendere delle scelte educative, anche sperimentali, basate sulla psicologia positiva ( vedi dr. Lucangeli) sulle scoperte delle neuroscienze e apprendimento. Nella scuola B nessuno sa cosa succede nelle sezioni, persino io che lavoravo in compresenza non sapevo cosa dovessimo fare da un giorno all’altro, insomma nessuna progettualità. Poi pian piano scopro che quello che chiamano progetto con sfondo integratore, non è altro che un pretesto per propinare schede inerenti gli argomenti trattati (che poi trattati non sono) e come filo conduttore ci sono le solite schede delle stagioni.

Ah! dimenticavo di dirvi che nella scuola A le schede non ci sono, tutto è affidato al disegno spontaneo del bambino dopo un’esperienza significativa.

Conduzione della classe: nella scuola A i bambini nel piccolo e nel grande cerchio vengono abituati all’ascolto attivo, al dialogo ordinato, dal rispetto delle regole, semplicemente con naturalezza rendendo tutti i bambini partecipi delle discussioni.

Nella scuola B nessuna condivisione, nessun cerchio nel quale porre ipotesi e trovare soluzioni, ho assistito (sempre nel mio incubo-sogno) a momenti in cui i bambini venivano messi in cerchio ad ascoltare una fiaba registrata sul cd, solo per farli stare fermi (che poi fermi non stavano).

Il momento cruciale delle giornate, sempre uguali e ripetitive, era la non meglio identificata “attività” che consisteva nel colorare schede con i colori decisi dalla maestra e magari con i colori a matita “così impiegano più tempo”. C’è da premettere che queste schede erano avulse dall’esperienza del bambino.

Potete considerare, come in una classe pollaio di 28 bambini, ognuno di loro cercasse di esprimersi, ma incanalando quella che dovrebbe essere espressione di sé, in atteggiamenti di estremo egocentrismo, rifiuto della considerazione del compagno, autodeterminazione, mancanza di regole. Praticamente un inferno! E il docente? Cosa fa la maestra? Detta regole con autorità!

Scelte metodologiche: Nella scuola A le docenti condividono scelte metodologiche che considero davvero “forti”: lo stimolo alla lettura (Angolo Lettura, Progetto Lettura, Topolino di biblioteca) in una dimensione costruttiva (smontaggio e ricomposizione del testo e dei suoi elementi) e creativa (rilettura dei bambini, osservazione immagini/predizione, inferenze nel racconto,..). L’idea vincente è quella di un canovaccio a maglie larghe ovvero non un copione ma uno strumento per condividere un itinerario senza costringere il percorso della scoperta/conoscenza entro rigidi binari, di uno sfondo integratore che dia un senso comune alle esperienze pensate e progettate per e con i bambini, nel rispetto dei loro bisogni e delle differenti età.

Inutile dirvi che nella scuola B non c’è metodologia, solo lezione frontale da docente a discente basato esclusivamente su schede e schede senza alcun coinvolgimento emotivo e attivo dei bambini.

Feste a tema: nella scuola A le “Feste a tema” sono un momento straordinario di condivisione e non mera visione di spettacoli. I bambini espongono il percorso, sentito, vissuto, cantano canzoncine e poi insieme ai genitori si dà il via ad un laboratorio creativo inerente il tema trattato.

Nella scuola B inutili recitine che rischiano di trasformare l’intervento da educativo a traumatico, dove le attese e le aspettative riposte sul bambino e che egli deve soddisfare, riguardano la sfera affettiva a cui egli è più sensibile: genitori, nonni e maestre.

Acquisizione della letto-scrittura: nella scuola A l’efficacia di una metodologia che abitua i bambini alla novità rendendola rassicurante: penso ai metodi Ferreiro – Teberosky e Jeannot. Dove il bambino nel rispetto dei suoi tempi perviene allo stadio alfabetico formale attraverso l’uso del corpo, del movimento, del gioco e con naturalezza.

Nella scuola B i poveri bambini, come piccoli scriba , e ancora con le schede, questa volta di pregrafismo, a unire punti. Sì, perché una scheda di pregrafismo proposta con troppo “anticipo” al bambino significa “unire i puntini”.Nessuna contestualizzazione, poco educativo. Lo sviluppo non ammette scorciatoie.

Per non parlare dei recenti studi che hanno evidenziato che l’uso di schede di pregrafismo senza una preparazione motoria potrebbe essere l’anticamera della disgrafia. Se vogliamo avere bambini preparati a scrivere sul foglio verticale e dentro le righe, dentro i quadretti, dobbiamo assicurarci di avergli fornito gli strumenti per le strutture. Senza saltare i passaggi, in accordo con lo sviluppo e i tempi del bambino, anche se a volte è necessario fermarsi, l’importante è recuperare la struttura.

La scuola A utilizza la novità che comporta una scoperta, che solletica la curiosità per diventare sapere non imposto: la quotidianità è una lezione – non lezione, basata sul dialogo, strumento di ricerca, e sul confronto circolare di idee, di ipotesi che portano il bambino al problem solving.

La scuola B l’imposizione della lezione magistrale del docente su un determinato argomento e la somministrazione di schede, mai un disegno dove il bambino esprime la propria visione del mondo… ”no perché i bambini disegnano male!”

La scuola A è un “lavoratorio” in cui i bambini fanno esperienza diretta che significa porli davanti a situazioni problematiche aperte per il loro bagaglio conoscitivo. Ecco che la scuola diventa il luogo fisico della scoperta, cre – azione, ma anche in cui stravolgere per poi ricostruire attraverso i materiali o gli strumenti più vari, in un ascolto attento degli input raccolti dai bambini. Così un semplice testo diventa con – testo e pre – testo per “fare” con i bambini; più in generale, la scuola diventa officina creativa in cui piccoli alunni sperimentano se stessi, incontrano gli altri, collaborano e ovviamente imparano. Quindi luogo di vita in cui il bambino entra con la sua storia personale e la globalità dei suoi bisogni da soddisfare.

La Scuola B è un luogo dove insegnare ai bambini a stare fermi , seduti, perché poi devono andare alla scuola Primaria , e come faranno a stare 5 ore a scrivere? Dove si insegnano ai bambini le cose ” a memoria”.
Senza instillate il germe della curiosità, qualcosa che porti a una passione per l’apprendere.

La scuola A è, per tutti i bambini, soprattutto il luogo in cui le esperienze acquistano significato a partire dalle emozioni e dagli affetti. Perché solo se c’è il benessere è possibile assecondare il desiderio dei bambini di curiosare, esplorare sviluppando la capacità di misurarsi con le proprie potenzialità di crescita.

La scuola B impedisce ai bambini di “smontare”, toccare e verificare, dove l’educatore è il detentore del sapere e delle fatidiche schede , una figura invasiva che si sostituisce al bambino nella sua attività di esplorazione e autocostruzione di conoscenza.

La chicca delle chicche poi nella scuola B è questo voler a tutti i costi educare i bambini all’inibizione al movimento. ”I genitori quando arrivano a prendere i bambini li devono trovare fermi e seduti, allora si che sei una brava maestra”. Ma come si può e-ducere l’immobilità ad un bambino? Il movimento è vita ed il bambino è movimento!

Nella scuola A le classi eterogenee, perché si è superato il dogma dei livelli di pensiero di Piaget e si è assunta la pratica del cooperative learning che , come dice Loris Malaguzzi, si basa su un’ipotesi positiva molto forte sulle possibilità dei bambini di condividere riflessioni e attività fino alla costruzione condivisa delle conoscenze, dando credito ai bambini e alle loro potenzialità, non pensando che lo sviluppo dipende dall’ insegnamento dell’adulto.

Nella scuola B le classi sono omogenee perché la sezione eterogenea è più difficoltosa per l’insegnante che deve programmare tre attività diverse ogni giorno e creare delle situazioni (per es. dei laboratori) in cui si trovino invece momenti di omogeneità. E’ più facile invece fotocopiare una scheda uguale per tutti!

Ne avrei da scrivere di dicotomie di discrepanze educative, ma il mio pensiero va ai bambini, perché ci sono bambini fortunati che capitano in una scuola che li rispetta e semina in loro autostima e la curiosità all’apprendere con gioia e ci sono bambini che capitano in una scuola che li considera degli oggetti trofeo da tenere immobili sui banchi che inevitabilmente diventano pieni di insicurezze e di ansie da prestazione.

Ed anche io sono capitata (seppur in un sogno) dalla scuola A alla scuola B.

Fortunatamente al mio risveglio ho preso carta e penna, e col potere della parola posso travolgere le colleghe del mio sogno nella visione di una scuola A perché solo chi ha visto il mondo fuori dalla caverna non si può accontentare delle ombre e può scortare ed accompagnare gli altri ad uscirvi! (Citando Platone).

Mi accingo allora a prenderle per mano e con delicatezza a portarle fuori a riveder le stelle (non poteva mancare la citazione del Sommo Poeta)

Concludo dicendo che gli insegnanti di tutto il mondo dovrebbero sentirsi onorati e privilegiati poiché concorrono allo sviluppo e alla educazione dei bambini. Educare è un lusso.