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In un post pubblicato poco tempo fa in una pagina FB, leggevo di un genitore che, esasperato per i tanti compiti del figlio, sosteneva che la scarsa natalità in Italia è da attribuire ai troppi compiti per casa. I genitori, insomma, pensando che poi devono stare il pomeriggio a fianco dei figli ad aiutarli nello svolgimento dei compiti, ci pensano due volte a procreare rinunciando così sia all’idea di metter su famiglia che a quella di allargarla con altri pargoli.

Magari questa riflessione sarà un pochino esagerata, però la dice lunga su quello che è il dilemma dei genitori e delle famiglie italiane (e non solo) di questi tempi.

Sappiamo bene che il gravoso dibattito dei famigerati compiti per casa, ormai sta raggiungendo livelli inattesi, così come gli scontri genitori – docenti, accusati di essere la causa per cui la famiglia non può recarsi la domenica a fare una gita fuori porta o una passeggiata; scontri figli – genitori, accusati a loro volta di mancare di autorevolezza perché non riescono a far fare i compiti ai figli, che dal canto loro si rifiutano di farli; scontri docenti- alunni che ripetutamente si presentano a scuola impreparati.

E da lì ecco fioccare lettere di protesta ai docenti, lettere di risposta ai genitori, avvisi vari, rimproveri e tanto altro ancora.

La “battaglia” ai compiti per casa, comunque, non è storia nuova. Basti pensare che già nel 1998 la rivista americana “Time” pubblicò un articolo riguardante proprio i compiti per casa, precisando comunque che non venivano messi in discussione per la loro valenza educativa, bensì per la loro “abbondanza”. Era proprio da questo sovraccarico che, secondo l’articolo, derivava l’affaticamento fisico, emotivo e soprattutto quello motivazionale dei ragazzi. Si sosteneva infatti che se viene a mancare la motivazione e se il livello di stress aumenta, si perde l’efficacia di queste attività svolte a casa.

La stessa protesta dei genitori americani contro i compiti per casa venne poi fatta propria dai genitori canadesi, successivamente da quelli francesi, che al grido di: ”Basta compiti per casa” hanno portato alla ribalta il problema in Europa.

Dalla Francia il dibattito si è spostato in Italia, dove proliferano gruppi su FB che sostengono la campagna dei “NO compiti per casa”, ciascuno secondo le proprie ragioni.

Uno di questi gruppi è “Basta compiti” che vanta addirittura i 20.000 iscritti tra i quali non solo genitori ma anche docenti e dirigenti scolastici. E’ proprio un dirigente scolastico, ora in distacco per un dottorato di ricerca presso la Facoltà di Scienze della Formazione a Genova, Maurizio Parodi, il fondatore e animatore del movimento “Basta compiti”, nonché autore di articoli e volumi sul tema “compiti a casa”.

Secondo M. Parodi i compiti a casa sono un impegno che affligge i bambini fin dalla più tenera età, persino gli studenti in moltissime scuole a tempo pieno (ma non in tutte) sono costretti a svolgere i compiti a casa dopo otto ore di immobilità forzata in aule più o meno sovraffollate, anche nel week end.

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Tant’è che ci sono genitori e nonni sempre più esasperati che scrivono sulla pagina FB perché non riescono a trovare il tempo per fare svolgere i compiti, né il tempo sufficiente da condividere con essi per altre attività più ricreative.

Nelle scuole migliori del mondo (vedi Finlandia e Danimarca ad esempio) non si danno compiti o al limite se ne danno pochissimi. In Italia invece la situazione è opposta. E così i genitori si ritrovano a fare non solo i genitori, ma anche gli insegnanti di complemento o i supplenti.

E’ vero che la Finlandia e la Danimarca hanno un sistema educativo all’avanguardia per molti aspetti e un approccio alla didattica molto diverso dal nostro, però è pur vero che tali sistemi non possono essere messi a confronto con l’Italia per diversi motivi.

Innanzitutto un confronto deve nascere sempre da situazioni omogenee, cosa che non esiste tra l’Italia e la Finlandia o la Danimarca. Se ci fermiamo a pensare che le scuole in Italia differiscono già da regione a regione, da nord a sud, a maggior ragione differiranno tra Paesi così diversi per cultura e tradizioni.

Inoltre sia in Finlandia che in Danimarca, ma anche in altri paesi del mondo, la mancanza di compiti per casa viene compensata da altre attività svolte a scuola, cosa che nel sistema educativo scolastico non ci sono.

Molti genitori sono assillati dai compiti per casa, quando dopo il lavoro, sono costretti a sedersi accanto ai figli per dare loro un aiuto. Il problema non esiste se si tratta di assicurarsi soltanto se i figli abbiano fatto tutto senza nessun problema, ma quando il genitore deve sostituirsi al docente per spiegare un’attività che il figlio non ha ben compreso, allora lì nascono i conflitti.

I genitori si sentono inadeguati perché non si reputano competenti (e forse non spetta loro esserlo) e allora la cosa più facile da pensare è… aboliamo questi maledetti compiti per casa. A maggior ragione quando i figli vanno alle medie o superiori e il carico dei compiti aumenta, così come le competenze richieste agli alunni e di riflesso ai genitori che spesso si ritrovano ad aiutare i figli.

Inoltre per molti genitori i compiti per casa creano una disparità sociale tra i ragazzi perché avvantaggiano le famiglie culturalmente ed economicamente più avanzate. Sono discriminanti perché si danno a tutti gli stessi compiti e non potrebbe essere diversamente in classe, ma se per uno studente un compito può essere l’impegno di mezz’ora e per un altro l’impegno di un’ora, per un altro può essere un impegno insostenibile. Una cosa può andare bene per uno, ma può non andare bene per un altro. Un ragazzo può trovare facile lo svolgimento di un compito che riesce a fare in pochi minuti e un altro può impiegarci più tempo. Un ragazzo può odiare a prescindere i compiti per casa e un altro può trovare piacere nel loro svolgimento. Purtroppo non esistono regole uguali per tutti, ricette preconfezionate

Da docente mi chiedo allora: qual è il reale problema? I compiti a casa in se stessi o la mole dei compiti assegnati?

Capita che ogni docente assegni un numero elevato di compiti per casa, per cui ogni pomeriggio i ragazzi si ritrovano a dovere svolgere una immensa mole di lavoro. Mi disse un giorno una mia alunna mentre mi accingevo a lasciare un’attività per casa: “Maestra, noi siamo pieni di appuntamenti. Se tu lasci i compiti e le altre maestre lasciano il resto, cosa dobbiamo fare per prima?”.

A quel punto ho desistito dal lasciare i “miei” compiti per casa. Non sono comunque un’insegnante che ne lascia tanti, spesso non ne lascio nemmeno. Mi limito soltanto ad una o due attività svolgibili in 10 o 20 minuti. Calibro le attività in base tempo in cui possono essere svolti.

Ma la domanda è anche un’altra: sono utili i compiti per casa che i ragazzi non sanno svolgere da soli? I compiti per casa sono dei ragazzi, non sono della famiglia. E’ giusto che i genitori siano presenti, ma è anche giusto che i ragazzi imparino a gestirsi ed organizzarsi, provino a fare i compiti e se non ci riescono, tornino a scuola senza paura dell’insegnante, dimostrando comunque di averci provato anche se non ci sono riusciti. Ogni studente faccia quello che è capace di fare, solo farina del suo sacco insomma.

E’ il compito svolto di sana pianta dai genitori che non ha alcuna valenza didattica. Non devono essere i genitori a fare i compiti né sostituirsi all’insegnante. I compiti di solito si riferiscono ad attività svolte in classe ed è auspicabile che essi vengano svolti in autonomia dai ragazzi perché fungono da stimolo ad impegnarsi. Capita spesso di sentire dire ai nostri alunni: “Mia madre non li sapeva fare oppure mia madre non lo ha capito”, o ancora (e mi è capitato) bambini che si giustificano dicendo che “poiché stavano dormendo, la mamma per non svegliarli (visto che dormivano così bene) ha fatto i compiti a posto loro”. E pretendono il voto poi, le mamme intendo.

Nel percorso di apprendimento ci sono fasce diverse di età differenti e necessità diverse. Ci sono momenti dell’esperienza di apprendimento durante la quale i ragazzi hanno bisogno di recuperare il lavoro fatto in classe attraverso un momento di rielaborazione personale. I compiti assegnati devono migliorare l’autonomia dei ragazzi e rinforzare il loro metodo di studio, coltivando allo stesso tempo la loro voglia di studiare accendendo la loro motivazione e la voglia di fare. I tempi però devono essere adeguati, e l’insegnante, quando assegna un compito, sa sempre quanto tempo l’attività assegnata richiederà ai singoli ragazzi. Inoltre i compiti devono essere assegnati in modo che essi riescano a fare da soli, e se non riescono, non devono avere la paura di andare a scuola e dire all’insegnante che non hanno capito il compito e non hanno voluto chiedere alla mamma che li aiutasse o addirittura facesse loro il compito. E’ la mancanza di queste caratteristiche che rende inutile i compiti per casa.

Forse il problema non sono i compiti in se stessi, ma l’utilizzo sbagliato che si fa di essi. Spesso quando vengono dati i compiti per casa e gli studenti non li sanno fare sarebbe più giusto che si venisse a scuola a spiegare cosa l’alunno non ha capito e dire tranquillamente che non si è stati capace di fare i compiti. Semplice.

Ricordiamoci che tra la scuola e la famiglia c’è un patto educativo serio e molto importante. Forse è questo patto che si sta rompendo o si è già rotto?

Assegnare o no i compiti per casa dovrebbe essere una scelta comune. Docenti e genitori dovrebbero decidere insieme il da farsi, riconoscere la comune difficoltà educativa. Se sono contrari ai compiti, spiegare le loro ragioni, se sono favorevoli, motivare il perché. Ci sono genitori che si lamentano dei troppi compiti per casa, ma ce ne sono altri che si lamentano perché sono pochi. Alcuni ragazzi li odiano, altri li amano, perché non hanno altre attività da svolgere il pomeriggio e i compiti per casa sono un “impegno” piacevole. Decidere di dare compiti o di non darne, deve essere una decisione presa in comune accordo, in modo da avere una posizione coerente rispetto ai figli.

Non ha senso questo porsi contro la scuola o contro i docenti, è deleterio per tutti, in particolar modo per gli studenti. E credetemi: è solo fonte di confusione.

 


Autore articolo
Zina Cipriano

Zina Cipriano

Insegnante

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