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Tra le tante notizie scolastiche che si leggono sui social e nei vari canali tematici di informazione in questo periodo dell’anno contraddistinto dalla valutazione finale degli alunni, ne spicca una, pubblicata sul sito del quotidiano “Il Mattino” di Napoli, relativa all’intervento dell’USR Campania nei confronti del dirigente dell’ISIS “Boccioni – Palizzi”, un Liceo Artistico, Coreutico e Musicale del capoluogo campano.

Come riportato nell’articolo, la direttrice dell’USR Campania, dott.ssa Luisa Franzese, ha ordinato al dirigente del “Boccioni – Palizzi” di “riconvocare tutti i consigli di classe per l’effettuazione ex novo degli scrutini secondo le procedure previste dalla normativa”. Il motivo della nota inviata dalla dott.ssa Franzese al dirigente dell’istituto sta nel fatto che alcuni scrutini sono stati svolti tra il 30 maggio e i primi sette giorni di giugno, cioè prima del termine delle lezioni dell’a.s. 2017/18 (fissato al 9 giugno scorso per la Campania), agendo così al di fuori dei termini di legge.

rispetto della normativa
foto dal web

Al di là della notizia in sé, l’accaduto stimola alcune riflessioni sul “modus operandi” delle istituzioni scolastiche e sui motivi dell’aumento della conflittualità tra famiglie e scuole, che è arrivata a manifestarsi negli ultimi tempi con diversi episodi di aggressione fisica di insegnanti da parte di studenti e genitori.

In primo luogo, preso atto che il caso del “Boccioni – Palizzi” assurto all’onore delle cronache non è un caso isolato nel panorama scolastico italiano, ma è probabilmente più diffuso di quanto si possa pensare, la prima domanda che viene in mente riguarda proprio i motivi che sono alla base di questo modo di procedere in difformità dalla normativa.

L’obbligo di svolgere gli scrutini solo al termine programmato delle lezioni è contenuto nel D. Lgs. n° 297/1994 (Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione), nella Legge n° 169/2008 e nel D.P.R. 122/2009 (Regolamento per la valutazione), tutte disposizioni normative che dirigenti e docenti dovrebbero conoscere a menadito ed applicare regolarmente. Allora perché si opera in contrasto con la norma? Le possibilità sono due: o la scelta viene fatta consapevolmente, presumibilmente per motivi organizzativi, al fine di diluire in tempi più dilatati tutti gli adempimenti finali di fine anno scolastico che gravano su dirigenti e docenti, oppure nella scuola esiste una diffusa ignoranza normativa.

In entrambi i casi si tratta però di un problema serio, perché nel momento in cui casi come quello del “Boccioni – Palizzi” diventano di pubblico dominio, ne rimangono gravemente minate l’immagine della scuola come istituzione, che scade in termini di autorevolezza e di credibilità, e la fiducia degli utenti nei suoi confronti e in quelli dei suoi operatori.

Nel giudizio degli alunni e delle famiglie, insegnanti e dirigenti diventano quelli che predicano bene e razzolano male: da un lato esigenti nei confronti dei ragazzi e attenti nel pesare le valutazioni assegnando con il bilancino un mezzo voto in più o in meno; dall’altro molto indulgenti con sé stessi quando nel loro operato non tengono conto delle norme che sono obbligati a rispettare.

Se proprio la scuola, che dovrebbe essere un esempio di rispetto della legalità e delle regole condivise, fallisce miseramente su questi punti, essa finisce per delegittimarsi da sola agli occhi dell’opinione pubblica in relazione al ruolo assegnatole di istituzione che istruisce ed educa i ragazzi, accompagnandoli a diventare cittadini consapevoli.

La conseguenza è che la società in generale e le famiglie e gli studenti in particolare guardino all’operato della scuola con sempre maggiore diffidenza. Se a questa percezione si aggiungono poi le scelte educative che le famiglie fanno nei confronti dei figli, dei quali i genitori sempre più spesso si pongono come acritici avvocati difensori, il calo di reputazione dell’istituzione scuola come ascensore sociale, i contesti sociali di riferimento che condizionano la pubblica opinione, allora diventano immediatamente evidenti i motivi della crescente conflittualità tra scuola e famiglie.

Chiunque, di fronte a un risultato non gradito, si sente più che autorizzato a protestare oppure a perseguire le vie legali, perché si sente sicuro del fatto che, tanto, qualcosa di sbagliato che la scuola avrebbe dovuto fare e non ha fatto c’è sempre e, quindi, i ricorsi si vincono perché basati sulla forma, piuttosto che sulla sostanza.

Quando poi il sospetto di illegalità arriva ad essere percepito come una persecuzione deliberata nei confronti dei propri figli, ecco che si arriva addirittura agli atti aggressivi nei confronti del personale scolastico, cosa inaudita fino a pochi anni fa.

Si tratta senza dubbio di un problema complesso, che rappresenta in qualche modo uno specchio dei tempi e che è caratterizzato da una molteplicità di condizioni al contorno su cui intervenire è necessario e allo stesso tempo difficile.

Ultimamente, si è espresso in proposito anche il nuovo ministro dell’Istruzione, affermando che tra le sue intenzioni c’è anche quella di intervenire per il recupero dell’autorevolezza degli insegnanti. Si tratta sicuramente di un’intenzione lodevole, ma sicuramente non sufficiente da sola a raggiungere l’obiettivo.

Siamo tutti consapevoli, infatti, che non si diventa autorevoli “ope legis”. Quello che è successo nella scuola di Napoli deve servire a farci riflettere in merito al fatto che dobbiamo essere prima di tutto noi stessi, operatori della scuola, a costruire i presupposti perché si affermi e venga riconosciuta senza dubbio la nostra professionalità, lavorando tutti insieme in questa direzione.

Ad oggi, spiace dirlo ma, fatte tutte le debite eccezioni, non sembra purtroppo essere sempre così. “Faber est suae quisque fortunae”, dicevano i latini. E’ ora che la categoria degli insegnanti riprenda a ragionare concretamente sulle strade da percorrere per orientare positivamente la propria “sorte” e quella della scuola, lasciando da parte prese di posizione di sapore ideologico o, peggio, opportunistico.