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Porsi problemi di scelta di una metodologia della personalizzazione didattica o di un’altra nell’apprendimento della lettura, della scrittura, del numero, a volte produce vere e proprie tempeste comunicative tra docenti.

È quello che mi è successo stamattina sulla battigia della spiaggia. Eravamo tre docenti che dovrebbero essere in ferie. Io, in realtà, sono in ferie permanentemente, ormai.

Ogni professionista della scuola, però, porta sempre, o ancora, con sé interrogativi che sorgono quando si deve affrontare o si è già affrontato, e quindi ne si analizza l’eventuale dubbio, il problema educativo.

Dunque la discussione è continuata per un po’ per definire se all’inizio della scolarizzazione fosse meglio far scrivere i bambini nei quadrettoni di 1 cm o in quelli da 0,5 cm; se prediligere il carattere stampato, per leggere e scrivere, per tutto il primo anno o se avviare il corsivo almeno alla fine del primo anno…

Gli scambi verbali sono stati vivaci ma democratici ed ognuna di noi ha potuto esprimere le proprie opinioni. Il pomeriggio afoso mi ha permesso una siesta agitata ed il pensiero è tornato mille volte alla discussione fatta.

Poi mi è venuta in mente una conferenza tenuta nel 2014 dalla psicologa Daniela Lucangeli a Roma presso l’Istituto di Ortofonologia. Il tema era: i processi di maturazione.

Ritengo che la dottoressa Lucangeli sia una perla rara della psicologia e della pedagogia contemporanea. Ha il dono raro della chiarezza linguistica che le proviene dalla passione per la materia che tratta.

Riesce ad usare la componente emotiva della comunicazione quale forma di ricatto benevolo nei confronti degli interlocutori, per cui è quasi impossibile distrarsi durante le sue lezioni.

Ebbene la dottoressa ha narrato che il giovane Vigostky, mentre leggeva la Metafisica di Aristotele si era fermato a riflettere sul passaggio dallo stato di potenza a quello di atto. Da qui la felice intuizione, da parte dello psicologo russo, della “zona di sviluppo prossimale”, che oggi è diventata concetto dominante nella filosofia che porta i docenti alla considerazione della necessità della personalizzazione didattica e della conseguente valutazione formativa.

Vigostky sostiene la necessità, se si opera con bambini che attraversano stadi evolutivi, di una guida e un sostegno appropriato, affinché il potenziale umano maturi, pena l’arresto o il disturbo di apprendimento.

La didattica inclusiva, di cui la dottoressa Lucangeli non manca di esporre le linee nelle sue conferenze, non può fare a meno di tener conto degli stadi di Jean Piaget rinominati “finestre evolutive”.

piaget

I docenti che operano con i bambini, che attraversano le varie fasi evolutive, hanno la possibilità di intervenire, ma stando molto attenti alle ante delle finestre, le quali programmate secondo tempi più o meno determinati, rischiano di chiudersi se nel frattempo gli insegnanti non hanno “colto l’attimo”.

E’ importante saper leggere i fattori di rischio che sono in ogni finestra e personalizzare in modo pienamente consapevole, perché un alunno che è ancora nello stadio operatorio-concreto, non è ancora in grado di concettualizzare senza alimentatori percettivi.

L’uso di metodologie non pienamente comprese, induce, a volte, i docenti a bleffare con se stessi e, quel che è più grave, con gli alunni.

Cosa significa quindi scegliere una metodologia o un’altra quando dobbiamo insegnare determinate abilità-competenze? Le metodologie globale-analitica, fonetico-sintetica, fonematica o mista, non possono dipendere da applicazioni non pienamente ragionate rispetto agli alunni ai quali sono dirette.

Le metodologie didattiche devono partire dall’individuazione esatta dell’importante “zona di sviluppo prossimale” che è una sponda sicura grazie alla quale affrontare il turbinoso lago del sapere. Essa non può essere costituita da sabbie mobili, pena l’affondamento e non il viaggio per la scoperta dei grandi e nuovi orizzonti del sapere.

personalizzazione didattica

Il docente dovrebbe essere in grado di individuare anche mentalmente la finestra evolutiva in cui agisce cognitivamente ogni suo alunno. Solo quest’operazione può consentire la vera personalizzazione didattica, poiché ogni tecnica che resta semplice bagaglio fuori di noi, trova sterile applicazione che non conduce da nessuna parte.

Per concludere, ritengo che gli strumenti da adoperare per l’apprendimento devono essere altamente facilitanti, perché ai bambini bravi non farà alcun male l’uso dei quadrettoni, ma per gli alunni “a rischio” facilitare i processi percettivi e di conquista piena dello spazio grafico farà la differenza.

E non si dica:- La mia classe è omogenea, non c’è bisogno di personalizzazione didattica e dell’apprendimento; non può essere vero! Non è possibile che in una classe ci siano bambini tutti situati in una identica cornice evolutiva… Non parliamo poi di quella emotiva…

Quella è un’altra storia!

 


Autore articolo
Rosaria Troiso

Rosaria Troiso

Pedagogista Logopedista

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