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L’altro giorno, parlando con mia figlia quattordicenne, ascoltavo il suo racconto di un pomeriggio passato con un’amica a ridere, scherzare e leggere messaggi su Whatsapp.

Mentre mia figlia raccontava mi sono accorta di avvertire un leggero disagio: sembrano passati secoli da quando noi ragazzine facevamo leggere all’amica del cuore la lettera d’amore del corteggiatore di turno. Internet ci ha catapultati in un mondo dove la quantità di messaggi inviati e ricevuti è impressionante e la condivisione di contenuti (anche molto personali) avviene in modo istantaneo e incontrollato.

Questo incredibile strumento che è la rete viene dato in mano ai bambini prima ancora che siano in grado di capire le molteplici e preoccupanti conseguenze di un suo uso spensierato o, peggio, sconsiderato. Molti alunni di quarta e quinta elementare usano abitualmente Whatsapp e Internet, sanno perfettamente cosa sia Facebook e usano neologismi come taggare o chattare con una disinvoltura impressionante.

Quasi ogni giorno, accanto ai casi di bullismo che purtroppo affliggono molti ragazzi, spuntano nuovi drammatici casi di cyber bullismo, in cui le prepotenze, le maldicenze e le vessazioni viaggiano alla velocità della luce cavalcando la rete e gettando nella disperazione moltissime giovani vittime.

internauti

Come sempre noi insegnanti siamo in una posizione privilegiata: non solo abbiamo la possibilità di osservare e monitorare tanti aspetti della vita quotidiana dei nostri studenti, ma anche di intervenire e prevenire, agendo in modo che, accanto all’uso ludico e scolastico della rete, ci sia una solida consapevolezza dei rischi associati alle sue enormi potenzialità.

Vale la pena, quindi, avviare già negli ultimi due anni della Primaria un percorso che metta in luce i comportamenti corretti da tenere quando si è connessi, e quelli da evitare assolutamente.

In questo percorso, che ogni insegnante può pensare e articolare nel modo a lui più congeniale, credo si debba porre particolare attenzione sul rispetto della propria e dell’altrui privacy, intesa come spazio personale che ciascuno ha il diritto di proteggere e che nessuno dovrebbe mai permettersi di violare, neanche per gioco.

Purtroppo i nostri ragazzi hanno ormai acquisito l’idea che ogni contenuto proveniente dal web viva di vita propria: quasi ci si dimentica che dietro ogni schermo c’è una persona in carne ed ossa a cui quel contenuto (che sia un messaggio, una foto o un video) fa riferimento. Credo che focalizzare l’attenzione sull’umanità che sta dietro la rete sia fondamentale: i nostri studenti dovrebbero capire che spersonalizzare tutto ciò che succede in rete (insulti, manifestazioni d’odio, diffusione di materiali personali) è un errore; che trovarsi davanti allo schermo di uno smartphone o di un pc non fa di noi gli innocenti osservatori di ciò che accade su quello schermo, come se non ci riguardasse o come se assistessimo a una finzione, perché se una cosa è ingiusta nella realtà, la stessa cosa non diventa giusta sulla rete; che la distanza fisica tra noi e l’altro non ci autorizza a calpestare i suoi sentimenti o la sua dignità; che le due dimensioni, virtuale e reale, dovrebbero procedere in modo armonico: la rete non è il luogo dove tutto è permesso.

Allo stesso modo, fondamentale è insegnare ai bambini e ai ragazzi a tutelare se stessi, mettendo in atto anche in rete tutti quegli accorgimenti e quelle forme di autoprotezione che gli adulti raccomandano loro nella realtà.

In quest’ottica, lavorare a scuola sulla rete e utilizzare insieme uno o più strumenti (penso a un blog di classe, ad esempio) può fornire l’occasione per attivare tutti i meccanismi sani e positivi che dovrebbero accompagnare l’utilizzo del web, inclusa la protezione della propria privacy e ogni accorgimento utile a rendere la connessione alla rete un’esperienza proficua e serena.
Oltre a questo, penso sia sempre importante un lavoro di costante condivisione e dialogo sulle esperienze vissute fuori e dentro la classe, per poter cogliere eventuali segni di disagio legati a un uso scorretto di internet o, semplicemente, sciogliere i tanti dubbi che possono attraversare la mente dei nostri ragazzi.

“Le parole fanno più male delle botte, cavolo se fanno male.” (Carolina Picchio, 14 anni, vittima di cyberbullismo)

 


Autore articolo
Danila Zangarini

Danila Zangarini

Insegnante

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