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Di Matteo Saudino - pagina facebook

Dopo mesi di indiscrezioni e supposizioni, il carattere altamente ideologico e pericoloso della buona scuola renziana è emerso con chiarezza.

Il cuore del progetto non risiede nelle tanto sbandierate 100.000 assunzioni (che escludono migliaia di docenti abilitati, selezionati, idonei al concorso e con anni e anni di servizio e che dovranno comunque essere confermate al termine del tortuoso iter parlamentare del ddl); la cartina di torna sole della riforma è data dalla chiamata diretta dei docenti da parte del dirigenti scolastico, sempre più manager di una scuola sempre più azienda.

I presidi 2.0 potranno, infatti, scegliere, dopo un colloquio e da un albo provinciale, i professori il cui profilo curriculare meglio si conforma alle esigenze della scuola e del collegio docenti (?!!). Tale prospettiva è ovviamente destinata ad incontrare il consenso di molti italiani: chi, infatti, non si è imbattuto nel proprio percorso scolastico in almeno un docente poco preparato o poco professionale? E se il preside può selezionare direttamente i docenti, sceglierà i migliori, quelli con il curriculum più prestigioso. Come avviene sempre, d’altronde, nelle imprese private.

In realtà questa proposta ha l’obiettivo di trasformare la scuola in una corte al servizio dei dirigenti, i quali potranno scegliere i docenti più mansueti, servili, non conflittuali, obbedienti e magari con affinità politiche, religiose, culturali o amicali. Come non si fa (o non si vuole?) a capire che questo sistema in Italia (non siamo in Olanda o in Finlandia) porterà a gravi forme di clientelismo e di malaffare?

La scuola diventa così un’azienda in cui il managment si crea, con il passare degli anni, una corte dei miracoli composta da yes-men e yes-women. Quando il tuo essere assunto dipende dal giudizio e dalla scelta di un preside (che ha vinto un concorso come i docenti – ndr) e non da una graduatoria di merito (laurea, concorso, abilitazione e anzianità), subentrano fattori di servilismo volontario e meccanismi di camaleontismo professionale e valoriale.

In qualunque ambito, i subordinati vivono sotto ricatto e, più o meno consapevolmente, assumono le posizione dei propri capi e ne realizzano le volontà. In queste serate così tristi per la scuola della Repubblica italiana, ho pensato più volte al mitico ragionier Fantozzi, il quale, nella scena finale del primo film, al termine del geniale colloquio con il megadirettoregalattico, chiede se esista veramente il fantomatico e leggendario acquario dei dipendenti; il megadirettore, senza proferire parola, con una mano messianica solleva una tenda e indica la vasca in cui nuotano solerti i lavoratori. A quel punto Fantozzi, vedendo che manca la triglia, chiede al superiore se umilmente gli concede la possibilità di ricoprire quel ruolo. Ecco car* collegh*, student* e cittadin* quale sarà il futuro dei docenti italiani: per essere assunti e lavorare dovremmo trasformarci in fedeli triglie pronti a sguazzare nelle vasca del dirigente e del suo staff.

 

Professori triglie

 

L’ideologia della meritocrazia nasconde un ritorno alla feudalità, ad un rapporto servo-signore. Con tanti saluti all’autonomia ed indipendenza dell’insegnamento.

P.S. Dimenticavo… come dobbiamo vestirci il giorno del colloquio? Se metto la maglietta dei Ramones o dei Clash sono già tagliato fuori in partenza? E per le donne, sarà meglio vestirsi casual, con un paio di jeans, oppure sarà più conveniente indossare un tailleur e scarpe con tacco? È il mio essere iscritto ad un piccolo sindacato di base, come verrà visto dal dirigente? Ma che stupido, nell’Italia meritocratica conteranno solo i curricula.