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Uno dei principali problemi che oggigiorno si sta vivendo è legato alla migrazione e al razzismo. Sulla questione, ovviamente non potevano mancare opinioni di illustri personaggi: ad esempio Vittorino Andreoli, psichiatra di nota fama mondiale.

Vittorino Andreoli asserisce che si è in “una cornice di civiltà disastrosa” e che tanto l’Italia quanto l’intero Occidente stanno “regredendo alle pulsioni istintive”, e che domina la “cultura del nemico”.

Che Vittorino Andreoli sia uno psichiatra di nota fama mondiale nessuno lo mette in dubbio, ma, invece, quello che si può mettere in dubbio sono le sue affermazioni. Ammantarsi di sapere e usare la conoscenza per distorcere le cose è una arte antica, un qualcosa che fa parte del DNA umano.

Quello che ci si dimentica, invece, è la centralità del problema.

vittorino andreoli

Per prima cosa, non si possono mettere in un’unica posizione molteplici atteggiamenti. Infatti, se in America vi è una forte presenza di razzismo, per quanto verte l’Italia le cose sono ben diverse.

Non si deve scambiare esasperazione per razzismo.

Anche se si vogliono dare valide spiegazioni psicologiche volte a negare la netta differenza, queste, tuttavia, esistono. In America, l’uomo di colore è stato sempre visto come schiavo, cosa che nel nostro Paese non è mai esistito.

La gente oggi è veramente stanca di vedere così tante persone che arrivano in Italia dicendo di scappare quando le cose non sono così.

L’Italia si trova a vivere una vera e propria emergenza non di immigranti, ma di persone, di individui che vogliono entrare in maniera clandestina.

È facile essere buonisti e asserire come ha fatto Vittorino Andreoli “Questa società non mi piace”. Il cittadino non ne può più di pagare per gente che clandestinamente arriva e della quale ci si deve fare carico.

Vi sono persone che vogliono venire a lavorare in Italia? Bene, nessuno direbbe nulla. Ma come si sa bene, le cose non sono proprio così. Questi “migranti”, vengono qui e ricevano privilegi e denari senza lavorare, quando vi è oltre un milione e mezzo di famiglie italiane indigenti e, questo, lo dice l’Istat.

La superficialità di personaggi acculturati è pericolosa, proprio perché va a fomentare sentimenti che non albergano negli italiani.

A riprova di ciò, basta notare l’ormai noto refrain “Premesso che non sono razzista”. Perché, se un cittadino dice che è esasperato nel vedersi passare avanti in ospedale, nel lavoro, nell’assegnazione delle case popolari, deve essere per forza di cose razzista?

Se un padre o una madre di famiglia domanda il perché tutti questi “migranti” debbano vivere in alberghi, in residence, debbano essere assistiti, sfamati e quant’altro, sono forse razzisti?

Ma al mondo i paradossi fanno comodo e permettono di far campare tante persone.

Non per nulla, basta rammentare uno degli episodi più rilevanti accaduto proprio negli Stati Uniti nel 1955. Sì, proprio nel paese che aveva da poco liberato l’Europa dalla feroce tirannia nazista e fascista, proprio in quel paese che aveva regalato più della metà dell’Europa ai Russi di Stalin, celebre per i massacri, in quella stessa nazione che aveva gettato ben due bombe atomiche sul Giappone.

Ebbene, in questo paese così civile e così attento alle dittature, il razzismo era un qualcosa non di latente, ma di palese.

Alabama, Montgomery, 1995. Gli autobus erano divisi tra bianchi e neri. Fu proprio negli Stati Uniti che, l’allora quindicenne, Claudette Colvin venne arrestata perché non si era alzata per far sedere un bianco. Questo è razzismo, non quello che anima molti italiani.