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Ho incominciato il mio percorso nella scuola a 5 anni. Sono stata alunna, studentessa, docente supplente (solo per un anno), poi insegnante di ruolo per 16 anni. Nel 1991 sono diventata Direttrice Didattica e dal 2000 Dirigente scolastica. Ho vissuto nella scuola, senza soluzione di continuità, fino al 31 agosto 2017.

Ora di anni ne ho 61. Sono “in quiescenza” (che brutto termine) da qualche mese, ma dalla scuola so che non uscirò mai veramente, perché è sempre stata parte di me.

Nella mia lunga esperienza ho vissuto la perenne tendenza al cambiamento nella scuola come riflesso del continuo mutamento della cultura, specchio di una società in perpetua evoluzione.

Anche all’interno di tale processo, tuttavia, rimangono consolidati alcuni principi cardine, primo fra tutti quello di ritenere che alla scuola non vada attribuita la sola funzione di “far apprendere” in funzione delle richieste sociali sempre più incalzanti e precoci di “performances” adeguate, ma anche e soprattutto quella di educare.

Educare specialmente nella “scuola dell’obbligo”, significa promuovere le capacità e solo in un secondo momento selezionare le competenze. Garantire, in altre parole, in primo luogo una crescita che tenga conto della “persona” in tutte le sue componenti, comprese quelle “spirituali”, evitando di considerare la formazione (anche quella definibile “umanistica”) solo un’inutile perdita di tempo.

Tale azione non può realizzarsi prescindendo dalla relazione: tra pari, nonché tra adulto e bambino e viceversa.

schieramento

In questo contesto è assolutamente indispensabile la collaborazione tra scuola e famiglia.

Il rapporto tra genitori ed operatori scolastici deve essere fondato sull’irrinunciabile presupposto dell’ascolto reciproco, basato sul rispetto dei ruoli e sulla condivisione delle linee educative.

Purtroppo, un difetto che ho riscontrato per anni in tutti i ruoli che ho ricoperto nella scuola è quello dello “schierarsi” : genitori da una parte, docenti (e non solo) dall’altra.

Il discorso non vale, ovviamente, per una sola delle parti. Anche noi, “lavoratori della scuola”, dovremmo interrogarci sui motivi dei conflitti che sempre più frequentemente insorgono con l’utenza.

Dovremmo chiederci, ad esempio, se l’Istituzione scolastica ha saputo favorire la diffusione di idee e di informazioni basilari in ordine all’organizzazione scolastica, creando momenti non solo di comunicazione ma anche di confronto e di costruzione di nuove idee.

Dovremmo riflettere sull’importanza sia della coerenza sia della flessibilità, il che non significa “deporre le armi” e consegnare la scuola in mano ai genitori, ma saper accogliere e valorizzare i contributi positivi di quanti utilizzano il “prodotto scuola” che noi costruiamo.

In quest’ottica, non è mai produttivo evitare la valutazione di chi fruisce del servizio che noi offriamo.

Essere valutati non vuol dire consentire una critica che ci toglie autorità, ma verificare noi stessi – attraverso il riscontro che ci viene offerto – la necessità o meno di modificare il nostro modo di agire per uno o più aspetti, in una o più circostanze.

Spesso, tuttavia, tutto ciò non accade.

Si dà per scontato che i genitori devono informarsi, si ribadisce l’esclusiva competenza dei docenti di effettuare determinate scelte, si ritiene che ogni giudizio espresso in difformità alla proprie convinzioni sia (quasi) un insulto alla propria professionalità.

La conseguenza del “muro” che a volte la scuola alza (anche inconsapevolmente) è un’azione a volte scomposta e “forte” (per non dire aggressiva) da parte della famiglia.

Un esempio: il proliferare di ricorsi, il moltiplicarsi di lettere di avvocati (alcuni studi legali hanno addirittura creato un ufficio esclusivamente dedicato a contenziosi scolastici).

Una guerra, insomma, dove dovrebbe sorgere un’alleanza.

Costruire tale alleanza è una delle sfide più difficili ed importanti per una scuola di qualità che abbia a cuore il futuro delle nuove generazioni.

 


Autore articolo
Rita Manzara

Rita Manzara

Ex Dirigente Scolastica e Pedagogista