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Mi chiamo Saverio, ho 7 anni e sono un bambino che vive in un’epoca un po’ strana. I miei genitori lavorano sodo e passano la maggior parte del loro tempo fuori di casa, stando a quello che dicono, per pagare il mutuo della casa in cui viviamo, le automobili con cui ci spostiamo in città e i pochi giorni di vacanza che si prendono ogni anno.

C’è qualcosa però che mamma e papà non sanno, ma che io vorrei tanto dire loro, se solo fossi in grado. Se avessi gli strumenti per farlo, confiderei ai miei genitori che per me non farebbe alcuna differenza avere una casa più piccola, una automobile meno costosa e un futuro più incerto.

Se potessi, confiderei a mamma e papà il mio unico desiderio: quello di passare più tempo con loro. Ma mamma e papà sono sempre stanchi, stressati, pieni di pensieri e preoccupazione e perciò inaccessibili.Mi renderebbe il bambino più felice del mondo passare più tempo con i genitori di prima: attenti, sempre disponibili, affettuosi e coerenti. Vorrei tanto far capire loro che mi mancano molto, ma non so come dirglielo.

Spesso ho la sensazione che anche i grandi, non solo i miei genitori, facciano fatica ad esprimere le loro emozioni. Nutro il sospetto che ci sia una connessione tra il mondo emotivo e le parole, ma nessuno mi ha spiegato come funziona esattamente. Per tale motivo mi sento insicuro e a volte ho paura di affrontare il mondo.

Tutti i bambini dovrebbero giocare spensierati, ma io non gioco, o meglio, non gioco per giocare, divertirmi e passare bei momenti. Da quando è nata la mia sorellina, mamme e papà mi ritengono abbastanza grande da affidarmi responsabilità che in me, però, generano solo preoccupazione. Non mi sento all’altezza e la mia insicurezza aumenta di giorno in giorno, ma non so come comunicare in parole queste sensazioni di impotenza che sento ai miei genitori, affinché mi possano aiutare.

Le mie giornate sono piene zeppe di cose da fare, pensate che non ho nemmeno un’ora libera al giorno. Solo nei fine settimana posso scegliere cosa fare: solo in quei giorni posso stare con i miei nonni che mi danno molta libertà. In due giorni i nonni pretendono di compensare tutta la libertà che mi manca il resto della settimana. Nonostante il mio silenzio, i nonni sono abbastanza saggi per comprendere le parole non dette e riescono a cogliere i miei sentimenti di insofferenza. Ma tutti questi cambiamenti mi confondono e basta. Perché i miei genitori si comportano in un modo e i nonni in un altro?

Come vi dicevo, i giorni della settimana sono intensi e pieni di impegni che differenzio sull’agenda con diversi colori. Di fatto, quest’anno ho dovuto aggiungere più di un colore perché nell’astuccio non ce n’erano abbastanza per differenziare tutti i miei impegni. La lezione di inglese a scuola ha lo stesso colore dell’inglese delle lezioni private, lo stesso vale per la lezione di pianoforte, per le arti marziali e gli allenamenti di calcio.

A me non piace tutto quello che i genitori mi impongono. Per esempio, non amo il calcio ma non protesto più, almeno non lo faccio direttamente: non ho gli strumenti per farlo come un adulto perché di protestare come un bambino non ci penso nemmeno. La verità è che non vorrei mai e poi mai deludere il mio papà: se glielo dicessi, ci rimarrebbe molto male.

Una cosa mi piace fare più di ogni altra: leggere i racconti. Ricordo con tenerezza i racconti che papà mi leggeva da piccolo. Alcuni li leggeva, ma altri erano frutto della sua immaginazione: inventava avventure fantastiche che mi facevano sognare ad occhi aperti. E papà sapeva bene cosa mi sarebbe piaciuto che facesse il bambino delle sue fiabe appena scappato dalla finestra. Ora però papà non ha il tempo di raccontarmi le storie, ma io, per addormentarmi sereno, ogni sera ripenso a tutti quei bei momenti di complicità, che ormai non esistono più, e mi addormento con un sorriso.

Conosco molto bene l’inglese e parlo anche un po’ di francese, suono il pianoforte, ho la cintura nera di Karate, so fare calcoli difficili e bado in maniera impeccabile alla mia sorellina di tre anni. Sono bravo, i miei genitori mi vogliono così.

Io però, nel profondo del mio cuore, mi sento un bambino triste e sono consapevole di esserlo perché un tempo ho conosciuto la felicità assieme a mamma e papà. Una felicità ed una spensieratezza che i miei genitori hanno sacrificato per un futuro che nessuno sa se arriverà.

Ne vale davvero la pena?