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Insegno matematica e scienze in una classe seconda della scuola secondaria di primo grado ed ho sentito l’esigenza di parlare di educazione alimentare ad ogni studente della mia classe per due ragioni:

– più degli 10% dei miei alunni è evidentemente in sovrappeso o obeso;

– nell’ora di mensa, in cui gli alunni consumano gli alimenti portati da loro, comprati e “approvati” da mamma e papà, ho avuto modo di osservare ciò che mangiano: si tratta per lo più di cibo da fast-food (hamburger, hot-dog, patatine fritte) e merendine confezionate.

Ecco, io penso che dare questi alimenti ad un ragazzino di 12 anni obeso sia come lasciarlo fuori al freddo quando ha la febbre alta: non solo non ci si cura della sua malattia, ma si fa in modo che essa si aggravi.

A quest’età un genitore ha la possibilità e, secondo me, il dovere, di controllare ciò che i propri figli mangiano.

studente cosa ti mangi

Sì, perché l’obesità è una malattia: studi scientifici dimostrano che adolescenti obesi hanno un’elevata tendenza a contrarre fin da giovani patologie tipiche della terza età: malattie cardio-vascolari, artrosi, diabete, tumore al colon, ecc.

Tutte patologie che peggiorano sensibilmente la qualità della vita, e che possono essere letali. In alcuni casi l’obesità può essere associata a cause organiche (come disfunzioni ghiandolari), ma nella maggior parte dei casi è dovuta a un’alimentazione scorretta ed eccessiva.

Fra i miei alunni osservo anche un altro problema: l’eccessiva magrezza, frutto a volte del desiderio di assomigliare ai modelli di bellezza che vengono loro proposti dai mass-media. Patologie come l’anoressia e la bulimia hanno soprattutto un’origine psicologica, legata a una visione distorta del proprio corpo. A volte anche l’obesità può essere dovuta a problemi psicologici, come ansia e depressione.

Noi insegnanti non siamo psicologi, ma possiamo affrontare questi argomenti con i nostri alunni per fare in modo che essi si rivolgano agli specialisti del settore per superare i loro problemi.

Credo che sia doveroso parlare di alimentazione a scuola: desidero che i miei alunni diventino consumatori consapevoli, che sappiano scegliere gli alimenti di cui si nutrono in base agli effetti che essi hanno sul loro organismo.

Conoscere quello che mangiamo è importante non solo per la nostra salute, ma anche per la salvaguardia dell’ambiente e per l’economia del nostro paese.

Consumare alimenti di produzione locale e di stagione (prodotti a “chilometri zero”) non solo ci permette di aiutare l’economia locale, ma può ridurre l’inquinamento dovuto al trasporto.

Ricordiamoci, inoltre, che la natura sa quello di cui abbiamo bisogno: consumando i prodotti che essa ci offre nei vari mesi dell’anno (frutta e verdura di stagione) possiamo fornire al nostro organismo tutte le sostanze di cui esso ha bisogno, senza ricorrere ad integratori chimici e, in alcuni casi, a veri e propri farmaci, facendo risparmiare il servizio sanitario nazionale.

Un regime alimentare ispirato alla “dieta mediterranea”, basato sul consumo di cerali (meglio se integrali), verdura, legumi, frutta, olio extravergine di oliva, e con un limitato apporto di alimenti di origine animale può migliorare la nostra salute e aumentare la durata della nostra vita.

Trovo l’educazione alimentare un argomento molto affascinante. Essa offre la possibilità di attività disciplinari (ad esempio con tecnologia, che prevede una parte sull’alimentazione, e geografia, relativamente alle produzioni alimentari locali).

Il coinvolgimento di persone esterne all’ambiente scolastico, come esperti di alimentazione, naturopatia, ma anche coltivatori diretti, esperti di agricoltura biologica o commercio equo e solidale, può stimolare l’attenzione degli alunni e rafforzare il legame della scuola con il territorio e la società: troppo spesso restiamo confinati tra le quattro mura della nostra aula.

So cosa penseranno i miei colleghi: “sono belle parole, ma gli esperti vogliono essere pagati, e la mia scuola non ha soldi!”. Per esperienza posso dire che se si cerca, si trovano persone talmente appassionate dal proprio lavoro da essere disposte a collaborare gratuitamente con noi.

Per finire, una constatazione: più che agli alunni, l’educazione alimentare dovrebbe essere rivolta ai loro genitori. Ma io insegno ai ragazzi. E nel mio piccolo continuo a sognare che possano essere i bambini a portare a casa ciò che si fa a scuola ed “educare” i loro genitori.

Fabio Marini, insegnante