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A te, studente indegno che verrai promosso comunque, scrivo questa lettera. So bene che non la leggerai. Anzitutto perché leggere ti repelle (e, quand’anche lo facessi, non sarebbe sicuro che comprenderai quanto ti scriverò). Poi perché i gggiovani come te preferiscono Instagram, YouTube, Musical.ly… Probabilmente nessuno di voi ha un account Facebook, che è un social network per anziani come me, dove – pur in mezzo a tanto ciarpame – è ancora possibile scrivere riflessioni lunghe e noiose come quella che sta iniziando. Infine perché la lettera è indirizzata sì a te, ma anche a te, a te, a te e a tutti i tuoi omologhi in ogni parte d’Italia e fuori. Siete un numero sterminato, purtroppo: non sentendoti tu l’esclusivo destinatario di quanto dirò, penserai che la tua situazione non sia poi così grave (mal comune mezzo gaudio, tu diresti, se tu fossi a conoscenza dell’esistenza di questo detto. Ma è un modo di parlare da vecchi, vero?).

Studente Indegno

Anzitutto spiego perché ti chiamo indegno. Non intendo certamente “indegno di frequentare la scuola in quanto poco intelligente”. Niente affatto. Intelligenza ne hai da vendere, per le cose che ti interessano. Ti chiamo indegno perché non cogli la benché minima opportunità che ti offre la scuola. Non ti accorgi nemmeno di sfuggita della miriade di sforzi occorrenti a tenere in piedi, nonostante tutto, quel marchingegno social-culturale costosissimo e delicatissimo che si chiama scuola: un’impalcatura che è stata concepita non come una prigione per te e per i tuoi simili, come tutti voi siete convinti che sia, bensì per funzionare proprio al contrario di una prigione. Sì, studente indegno: ti comunico che la possibilità di andare a scuola ti impedirà – insegnandoti a leggere e far di conto, a conoscere e controllare i fenomeni del linguaggio e del mondo circostante, a manipolare a tuo vantaggio la realtà circostante, a gestire il tuo corpo e la tua mente nello spazio e nel tempo – di essere un fantoccio, un pezzo di materia inerte ed impotente di fronte alla tecnica che inevitabilmente signoreggia chi non la controlla. Anche quest’anno la scuola, presentandoti il cabaret del meglio – presumibilmente – dei risultati della civiltà umana, è stata per te l’opportunità di crescere come persona, poi come cittadino, poi come fruitore di tutto il meglio che le tue sorelle e i tuoi fratelli nell’umanità hanno prodotto in diecimila anni di civiltà.

La scuola, per funzionare e fare quanto ho riportato sopra, ha bisogno di sforzi, di denaro, di organizzazione e di fatica. Il denaro in particolare proviene – attraverso le tasse – da tutti noi, me compreso; ma soprattutto compresi i tuoi genitori, che spesso non muovono un dito per indicare quanto è importante che tu quest’occasione (che pagano anche loro) non la perda.

E invece cos’hai fatto? Quest’occasione l’hai persa. Anche quest’anno. Non solo. Hai fatto peggio. L’hai buttata. Ci hai sputato sopra. Sputato: e neppure con sdegno, come segno protervo di ribellione. No. Ci hai fatto semplicemente colare sopra il tuo sguardo indifferente, con una noncuranza più offensiva dell’insulto. E questo quando è andata ancora bene, cioè quando all’indifferenza non hai sommato l’indisponenza, l’insulto al rispetto di quel pubblico ufficiale che sono io in quanto insegnante, rendendo difficile se non impossibile il lavoro in classe, rendendo indigesta la fruizione dei contenuti e la partecipazione al lavoro anche ai tuoi compagni più volenterosi.

Per questo ti meriti la qualifica di indegno. Non sei degno di tutti gli sforzi che tutti noi, adulti che ci tengono a te (a partire dai tuoi genitori) abbiamo fatto e ancora stiamo facendo per poterti fornire un’occasione di liberarti dalla prigione dell’ignoranza, della sprovvedutezza, dell’infanzia e della minorità cui hai scelto di votarti a vita in maniera irreversibile.

Irreversibile, sì. Perché purtroppo sarai promosso comunque. Quello stesso marchingegno di nome scuola, che dovrebbe fornirti tutto l’armamentario di prove di maturità e di esperienze adulte per affrontare la vita come si deve, ebbene: quella stessa scuola che dovrebbe insegnarti la vita in realtà è avvolta da un capestro di regole che ci rende impossibile darti una seria lezione di vita. Non possiamo insegnarti che chi sbaglia paga, che gli errori reiterati hanno conseguenze brutte che via via peggiorano. Non possiamo insegnarti che le occasioni volontariamente trascurate ti danneggiano e, quel che è peggio, non possiamo insegnare agli studenti degni che la loro serietà e il loro impegno sono convenienti e sono da preferire al tuo lassismo, perché tu vieni promosso comunque, esattamente come loro che la promozione se la sono sudata (oltre ad averne tratto, almeno un po’, i frutti dell’esperienza). In nessuna materia, mio caro studente indegno, il tuo voto sarebbe davvero sei, in un sistema scolastico in cui non fosse un problema per le singole scuole mostrarsi severe e giuste (e quindi rischiare di essere viste con preoccupazione dalle famiglie di allievi pigri… con la conseguenza di perdere iscrizioni e quindi posti di lavoro per noi insegnanti). Nessuna sufficienza avresti, mio caro studente indegno, se il giudizio che ti miracolerà anche quest’anno fosse avulso da considerazioni buoniste come “Ma sì, ma tanto non gli interessa alcunché, in classe ha dato solo fastidio… Se lo bocciamo rovinerà anche la classe in cui ricadrà. Mandiamolo avanti: ci penserà la vita a forgiarlo, imparerà le cose quando sarà grande. E poi ce lo leviamo di torno”.

Purtroppo, caro studente indegno, l’altra faccia del medaglione-scuola è quello che, se da una parte – come credi – ti salva e ti agevola, dall’altra è quello che ti genera il peggiore danno. Anche quest’anno infatti, puntualmente, arriveremo a darti un attestato dietro il quale c’è da parte tua un lavoro men che mediocre, superficiale, rabberciato alla bell’e meglio, gettato lì davanti a noi alla buona per arrivare ad una striminzita (e spesso oggettivamente inconsistente) sufficienza. E così tu imparerai che nella vita ce la si può cavare anche gestendo il tuo lavoro (nonché il tuo impegno nelle relazioni con il tuo futuro partner, i tuoi futuri figli, i tuoi futuri colleghi ed amici) in maniera men che mediocre, superficiale, rabberciata alla bell’e meglio, gettata lì alla buona, per galleggiare, per sopravvivere, per andare avanti per un po’, e comunque se anche fosse insufficiente cosa me ne importa, ma sì, va bene lo stesso. Diventerai una persona inconsistente, senza responsabilità (capacità di dare risposte alle conseguenze di quanto scegli di fare), senza alcuna abilità civica e relazionale: non perché non te l’abbiamo insegnato, ma perché sui nostri insegnamenti (costosi, per noi e per i tuoi) ci hai sputato sopra. Diventerai una persona inconsapevole, che come tale si lascerà manovrare dal senso comune, dal “Tutti i politici a casa!”, dal “Con gli stranieri ci vogliono solo le ruspe”, e da slogan del genere, che saranno l’unico frullato in grado di soddisfare il tuo palato intellettuale.

E noi insegnanti, che – talora per forza, ma non sempre – promuovendoti lo stesso in nome di una fraintesa inclusione ti diciamo “Ma sì, va bene così, il tuo sei ce l’hai, basta che tu te ne vada”… Chissà quanto siamo davvero più consapevoli o meno manovrabili di te.

Ti auguriamo tre buoni mesi di vacanze estive, caro studente indegno. O forse quattro. Tanto sai già che sarai promosso, quindi le vacanze le hai già cominciate adesso, a maggio. Se non ad aprile.

Ci vediamo presto. Ciao. Anzi, mi sa che non ci vediamo più, purtroppo. Buona fortuna.

— Carmelo Luca Sambataro, insegnante

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