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Da alcuni anni ormai la scuola sembra essere diventata un prato di periferia, senza confini precisi, senza piani regolatori e senza precisi progetti o destinazioni; qua e là discariche, tentativi di lottizzazione, leggi e decreti sempre più effimeri e tardivi.

 

La delega delle famiglie alla scuola e agli insegnanti è sempre più evidente e pressante (discarica), mentre i tentativi di assestarla (il prato incolto) sono sempre più effimeri e con poche valide idee.

 

Si cerca per lo più di dotare il corpo docente di schede, procedure e protocolli per affrontare vecchie e nuove emergenze, per valutare e sostenere vecchi e nuovi bisogni educativi. Poi, diagnosi ed etichette a pioggia: il disturbo dell’attenzione e l’iperattività, il disturbo specifico del l’apprendimento, i bisogni educativi speciali.

 

A fronte di questo inaridimento della scuola e dell’insegnante aleggia sempre più pressante un disinvestimento economico e politico: la tanto amata “autonomia delle scuole” si è ben presto trasformata in un “cercate di fare come potete”.

 

un affare vostro

 

La deriva del sistema scolastico è sotto gli occhi di ognuno di noi e nessuno sembra occuparsene seriamente, se non il ministro di turno, che, con l’ennesima riforma, è persuaso di essere all’anno zero, all’anno della rinascita, della ripresa, quando invece si rimane inevitabilmente a zero: di idee prima ancora che di risorse.

 

Sulle spalle dei docenti tutti pesa questa deriva, spesso in silenzio, tra le mura delle classi, qualche volta in piazza, quando la disperazione oltrepassa ai livelli di tolleranza.

 

Tra riforme irrilevanti, famiglie che vorrebbero soltanto difendere a spada tratta i propri figli, retribuzioni da terzo mondo e interesse molto ridotto da parte del mondo scientifico, i docenti vanno avanti come possono, quasi che la scuola, pilastro di ogni Paese civile e di ogni democrazia, sia soltanto affare loro, un affare privato da affrontare attraverso buone pratiche e soprattutto buona volontà.

 

Uno dei risultati di tale situazione è la dispersione scolastica e l’abbandono precoce degli studi, attualmente tra i più alti d’Europa. Questo significa che tra uno o due decenni, se il treno non si modificasse, in Italia non ci sarà più neanche il fenomeno della fuga dei cervelli, semplicemente perché i cervelli saranno esauriti.

 

In attesa di governi più attenti e lungimiranti e in attesa che un nuovo umanesimo inizi a ramificare e a proporsi, occorre che ogni docente tenga saldo il proprio ruolo e i propri alunni. Se la demotivazione degli insegnanti, assolutamente comprensibile e per molti versi anche giustificabile, seguisse la linea di demotivazione degli alunni, non avremmo scampo: fra dieci, massimo vent’anni, la decadenza dell’ “impero d’occidente” sarà inarrestabile e funesta.

 

Occorre resistere in cattedra, non certo per vanagloria partigiana, ma per aspettare almeno che i miopi inizino ad accorgersi della deriva e pongano i giusti correttivi.

 

Occorre porre dei rimedi preventivi alla demotivazione professionale, motivando bambini ed alunni alla passione, all’incontro, alla relazione, allo stare insieme. Alunni e insegnanti, nell’affascinante prospettiva di creare nuove passioni, nuovi incontri e nuove relazioni.

 

Solamente dall’incontro tra la stanchezza del sapere e la voglia di sapere potrà nascere un nuovo e rigenerato patto generazionale.

 

I docenti possono e devono prendere linfa dai propri alunni, insegnando loro quanto è affascinante diventare grandi.

 

Per il momento appare l’unica strada per sostenere la scuola, per non farsi prendere dallo sconforto e per non sprofondare nell’immobilismo del l’impotenza.

 


Autore articolo
educazione emotiva

Educazione Emotiva

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